Il Tirreno

«Da noi le donne abusate ritrovano la loro anima»

di M. ANTONIETTA SCHIAVINA
«Da noi le donne abusate ritrovano la loro anima»

Eliana Ghini è da anni il fulcro del Centro Antiviolenza Val di Cornia «Ne abbiamo aiutate oltre 800, fa piacere vedere che tornano a sorridere»

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Una famiglia serena, in cui il rispetto non si insegna con le parole, ma si impara ogni giorno con l’esempio.

Un marito, due figli ormai grandi, un percorso lineare, con i problemi di tutte le famiglie e la volontà di risolverli in armonia.

Eliana Ghini, la laurea in pedagogia “perché credo nell’educazione”, hobby semplici come la lettura, l’arte, i viaggi e un equilibrio che le permette di aiutare tante donne a ritrovare il proprio, è l’anima del Centro Donna antiviolenza della Val di Cornia, una sede a Piombino, al piano terreno di un palazzo anonimo, ma facilmente raggiungibile da chi vive con la paura dell’orco e ha bisogno di aiuto per continuare a vivere.

«Il centro a marzo compie vent’anni– spiega Eliana– e in occasione dell’anniversario organizzeremo un evento di sensibilizzazione, promuovendo un servizio che non è solo quello di accoglienza, ma anche di prevenzione, il nostro fiore all’occhiello. Un lavoro attento e continuo svolto nelle scuole, tramite l’ufficio di educazione alla salute».

Quando dice scuole a che periodo didattico si riferisce?

«Alla scuola dell’infanzia con i laboratori rivolti ai genitori, perché la cosa più importante è quella di educare gli educatori. I bambini, infatti, apprendono, ma se quando ritornano nell’ambiente famigliare, certi spunti educativi vengono a mancare si rischia di perdere tutto il lavoro fatto».

Da chi è partita l’idea di creare Piombino un centro in aiuto della donna che vive una situazione di disagio a causa della violenza?

«Dalla Commissione Pari Opportunità, sostenuta da tutte le politiche sociali che vi hanno sempre creduto, tanto che nonostante le varie crisi che si sono succedute, il finanziamento per il nostro servizio non è mai mancato».

Come è stato accolto dalla gente?

«All’inizio non se ne parlava come se ne parla oggi. Ci siamo fatti conoscere timidamente, tanto che la sede è stata messa in un posto un po’ fuori mano. Poi, con gli anni, abbiamo capito che per aiutare le donne a uscire allo scoperto bisognava parlarne. E i dati ci hanno dato ragione. I primi tempi ci contattavano poche persone, oggi sono 826 le donne che si sono rivolte a noi e soprattutto è cresciuta la consapevolezza».

La prima che avete aiutato?

«Una venticinquenne che aveva bisogno di ritrovare la sua dimensione. Cosa che non le era possibile a causa di un compagno molto più anziano di lei che voleva gestire la famiglia da padre padrone...Grazie al nostro appoggio è riuscita a uscire da una situazione ingabbiata, che temeva di lasciare per i figli e ha ritrovato la serenità».

L’età media di chi si rivolge a voi?

«Dai venti a quarantacinque anni, ma ci sono anche donne più mature. Giorni fa una settantenne è venuta a cercarci dicendo: “Ho sofferto tutta la vita, l’ho fatto per il bene dei miei figli per poi sentirmi rimproverare di averli fatti vivere nella violenza”».

Una violenza che ha trascinato tutta la sua famiglia.

«Proprio così. E la violenza non è quasi mai fine a se stessa. Spesso le donne maltrattate riferiscono che a loro volta sono vissute in famiglie violente. Ecco perché c’è bisogno di qualcuno che aiuti a uscirne ed ecco perché la prevenzione è importante per tutta la violenza di genere, compreso il bullismo».

L’abuso spesso non è solo fisico ma anche psicologico.

«Ed è il più grave. Quello fisico, al di là del fatto che è più facile da denunciare, se non è letale passa, ma l’abuso psicologico resta. In genere poi le violenze che ci vengono riferite durante i colloqui sono pregresse e perpetrate nel tempo».

Spesso le donne “violentate” pensano che il loro uomo possa cambiare o credono di avere loro delle colpe.

«E noi cerchiamo di far loro capire che non è così, che non sono loro quelle sbagliate e che devono pretendere rispetto».

Cosa prova di fronte a tante storie drammatiche?

«La formazione professionale che prima e durante gli anni di attività del Centro Donna, indetta dalla Asl e dalla Cooperativa Arcobaleno, ha fornito alle operatrici del Centro strumenti metodologici di intervento efficienti ed efficaci al fine di sapere ascoltare, cercando di focalizzare il reale bisogno. La nostra mission è l’accoglienza e l’ascolto; è riuscire a far sentire chi si confida a suo agio, permettendo di esternare i propri sentimenti, incoraggiando a uscire dal circuito vizioso della violenza per entrare in quello virtuoso della rete dei servizi preposti a tutelarla. In questo senso cerco di essere molto lucida, anche se certe storie non possono non coinvolgermi».

Quando torna a casa dopo una giornata di ascolto riesce a staccare la spina?

«Mi impongo di farlo e non coinvolgo mai i miei famigliari, sia per codice deontologico sia perché sul lavoro si tengono regolarmente incontri di confronto tra colleghe di equipe, anche per non cadere in bourn out».

Di tutte le storie che ha ascoltato quale l’ha colpita di più?

«Il fatto che di 826 donne tutte abbiano trovato una sensazione di benessere, sono entrate nel Centro in un modo e sono uscite nell’altro, con la consapevolezza di non essere loro quelle sbagliate, per noi è già un successo. Se poi devo pensare a un caso risolto, mi viene in mente la storia particolarmente difficile di una donna che viveva con i figli in una situazione a dir poco “terroristica”e che, grazie a noi, ma anche alle forze dell’ordine e a tutta la rete si è conclusa perfettamente».

C’è una storia che invece l’ha sconvolta?

«Non esiste un caso più sconvolgente dell’altro, si assomigliano un po’ tutti, i nostri casi si riferiscono alla violenza intra-famigliare agita dai partner o comunque da persone su cui la donna ha investito i propri sentimenti e la vita».

Non ha mai pensato di raccogliere in un libro i drammi che le donne le raccontano?

«La violenza di genere è dettata da una cultura errata. E ogni tanto penso che mi piacerebbe trascrivere le impressioni dei bambini durante i progetti di prevenzione nelle scuole, perché i loro pensieri spontanei potrebbero aiutarci a capire molte cose».



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