Il presidio
Rossi: Aferpi come Ilva, intervenga lo Stato
di Cristiano Lozito
Dopo la decisione di Calenda di rescindere il contratto anche Giuliani chiede interventi straordinari per lo stabilimento
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PIOMBINO. I sindacati incontrano oggi il commissario di Aferpi, Piero Nardi, per fare il punto dopo la decisione del ministro Carlo Calenda di avviare le procedure per la risoluzione del contratto, seguita a un faccia a faccia che non portato elementi nuovi a sostegno della tesi algerina sulla sostenibilità del proprio progetto.
La fase che si è aperta presenta molti elementi di incertezza, alcuni dei quali ovviamente legati alla reazione di Issad Rebrab rispetto all’azione del Governo. Ieri in azienda alcuni membri del gruppo dirigente hanno radunato i capi settore per informarli che Aferpi va avanti come prima. O meglio che gli obiettivi tracciati nell’assemblea dei soci del 15 novembre, in forza dei nuovi soci cinesi e arabi, verranno perseguiti con forza e convinzione, con un nuovo piano industriale pronto entro fine anno. Quindi avanti con la riattivazione dell’altoforno, col progetto del forno elettrico e l’obiettivo di produrre quattro milioni di tonnellate di acciaio, e con la ripartenza dei treni di laminazione.
Dichiarazioni che sembrano surreali dopo due anni e mezzo di nulla in quella che ormai è una fabbrica fantasma, con molti impianti da troppo tempo inattivi e senza manutenzione. Ma il mantra aziendale è questo, evidentemente frutto della volontà di Rebrab di dimostrare platealmente che non ha intenzione di mollare.
La realtà è che il contenzioso – sarà Cevital eventualmente ad attivarlo una volta che il commissario chiederà la rescissione del contratto al Tribunale di Livorno – nessuno sa dove potrà portare, con prevedibili tempi lunghi, un Governo prossimo allo scioglimento, e una fabbrica da tempo fuori dal mercato. Insomma, nessuno si illuda che Rebrab sià già fuori gioco. Se poi Calenda coltiva ancora la speranza che il patron algerino alla fine capisca che comunque difficilmente può uscire da questa situazione e che gli conviene rimettersi a trattare, stavolta in modo convinto, con Sajjan Jindal, in molti attendono che prima della fine della legislatura il Governo tiri fuori il coniglio al cilindro: un decreto sullo stile di quello usato per l’Ilva di Taranto (ma lì c’erano impianti sequestrati dalla magistratura per problemi ambientali) che sia in grado di sottrarre lo stabilimento al controllo algerino.
Anche il presidente Enrico Rossi, che non nasconde le proprie preoccupazioni, sembra attendersi una mossa decisiva da parte del Governo: «Ci metteremo in stretto raccordo con le decisioni che prenderà il ministero – spiega Rossi – ma personalmente aggiungo: se tutto dovesse bloccarsi, o se i tempi dovessero allungarsi, perché non pensare, come è avvenuto per l’Ilva, a un intervento ponte da parte dello Stato?». A chi gli ricorda lo stretto rapporto personale instaurato con Rebrab, Rossi risponde che «la nostra linea è sempre stata chiara: amici di tutti e parenti di nessuno. Pertanto, a quell’imprenditore che noi sostenevamo, nel momento in cui non adempie gli impegni, chiediamo di risolvere rapidamente il problema».
«Per prima cosa - prosegue il presidente - chiediamo che si garantisca continuità produttiva, che arrivino le navi, che si riprenda a lavorare, così che anche gli stipendi dei lavoratori siano garantiti nei prossimi mesi. Poi chiediamo che si proceda rapidamente all’individuazione di un nuovo imprenditore. A chi verrà chiediamo che ogni progetto contempli la necessità che si torni a produrre acciaio. Serve un progetto che preveda l’ammodernamento e la costruzione di attrezzature ambientalmente sostenibili – conclude – che consentano di riavere in Toscana, sulla costa, un grande centro siderurgico, come è sempre stato».
Della necessità di un intervento ancora più netto del Governo pare convinto anche il sindaco Massimo Giuliani: «Constato che il ministro Calenda ha preso atto – dice – l’assenza di ulteriori fatti o documenti che facciano ritenere il piano industriale di Aferpi attendibile, verosimile e fattibile. E a questo punto è importantissimo che in questa ulteriore fase che si apre lo Stato sia presente a Piombino con strumenti ordinari ma anche straordinari, utili per riaprirci verso altri investitori e altri progetti».
«L’iter verso la dichiarazione di inadempienza è iniziato – prosegue il sindaco – e il consiglio dei ministri ha stanziato un fondo di 300 milioni di euro per a Piombino e Taranto. È stato inviato un atto di precetto per tre milioni di euro all’azienda e altre penali sono in arrivo. Se non ci saranno fatti nuovi bisognerà aspettare la decisione del tribunale ma è chiaro che ci sarà da gestire responsabilmente una fase di transizione per trovare nuovi interlocutori che abbiano la forza di portare avanti un progetto credibile».
La fase che si è aperta presenta molti elementi di incertezza, alcuni dei quali ovviamente legati alla reazione di Issad Rebrab rispetto all’azione del Governo. Ieri in azienda alcuni membri del gruppo dirigente hanno radunato i capi settore per informarli che Aferpi va avanti come prima. O meglio che gli obiettivi tracciati nell’assemblea dei soci del 15 novembre, in forza dei nuovi soci cinesi e arabi, verranno perseguiti con forza e convinzione, con un nuovo piano industriale pronto entro fine anno. Quindi avanti con la riattivazione dell’altoforno, col progetto del forno elettrico e l’obiettivo di produrre quattro milioni di tonnellate di acciaio, e con la ripartenza dei treni di laminazione.
Dichiarazioni che sembrano surreali dopo due anni e mezzo di nulla in quella che ormai è una fabbrica fantasma, con molti impianti da troppo tempo inattivi e senza manutenzione. Ma il mantra aziendale è questo, evidentemente frutto della volontà di Rebrab di dimostrare platealmente che non ha intenzione di mollare.
La realtà è che il contenzioso – sarà Cevital eventualmente ad attivarlo una volta che il commissario chiederà la rescissione del contratto al Tribunale di Livorno – nessuno sa dove potrà portare, con prevedibili tempi lunghi, un Governo prossimo allo scioglimento, e una fabbrica da tempo fuori dal mercato. Insomma, nessuno si illuda che Rebrab sià già fuori gioco. Se poi Calenda coltiva ancora la speranza che il patron algerino alla fine capisca che comunque difficilmente può uscire da questa situazione e che gli conviene rimettersi a trattare, stavolta in modo convinto, con Sajjan Jindal, in molti attendono che prima della fine della legislatura il Governo tiri fuori il coniglio al cilindro: un decreto sullo stile di quello usato per l’Ilva di Taranto (ma lì c’erano impianti sequestrati dalla magistratura per problemi ambientali) che sia in grado di sottrarre lo stabilimento al controllo algerino.
Anche il presidente Enrico Rossi, che non nasconde le proprie preoccupazioni, sembra attendersi una mossa decisiva da parte del Governo: «Ci metteremo in stretto raccordo con le decisioni che prenderà il ministero – spiega Rossi – ma personalmente aggiungo: se tutto dovesse bloccarsi, o se i tempi dovessero allungarsi, perché non pensare, come è avvenuto per l’Ilva, a un intervento ponte da parte dello Stato?». A chi gli ricorda lo stretto rapporto personale instaurato con Rebrab, Rossi risponde che «la nostra linea è sempre stata chiara: amici di tutti e parenti di nessuno. Pertanto, a quell’imprenditore che noi sostenevamo, nel momento in cui non adempie gli impegni, chiediamo di risolvere rapidamente il problema».
«Per prima cosa - prosegue il presidente - chiediamo che si garantisca continuità produttiva, che arrivino le navi, che si riprenda a lavorare, così che anche gli stipendi dei lavoratori siano garantiti nei prossimi mesi. Poi chiediamo che si proceda rapidamente all’individuazione di un nuovo imprenditore. A chi verrà chiediamo che ogni progetto contempli la necessità che si torni a produrre acciaio. Serve un progetto che preveda l’ammodernamento e la costruzione di attrezzature ambientalmente sostenibili – conclude – che consentano di riavere in Toscana, sulla costa, un grande centro siderurgico, come è sempre stato».
Della necessità di un intervento ancora più netto del Governo pare convinto anche il sindaco Massimo Giuliani: «Constato che il ministro Calenda ha preso atto – dice – l’assenza di ulteriori fatti o documenti che facciano ritenere il piano industriale di Aferpi attendibile, verosimile e fattibile. E a questo punto è importantissimo che in questa ulteriore fase che si apre lo Stato sia presente a Piombino con strumenti ordinari ma anche straordinari, utili per riaprirci verso altri investitori e altri progetti».
«L’iter verso la dichiarazione di inadempienza è iniziato – prosegue il sindaco – e il consiglio dei ministri ha stanziato un fondo di 300 milioni di euro per a Piombino e Taranto. È stato inviato un atto di precetto per tre milioni di euro all’azienda e altre penali sono in arrivo. Se non ci saranno fatti nuovi bisognerà aspettare la decisione del tribunale ma è chiaro che ci sarà da gestire responsabilmente una fase di transizione per trovare nuovi interlocutori che abbiano la forza di portare avanti un progetto credibile».
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