Il Tirreno

Una nuova vita da contadino per amore delle “Volpaiole”

Maria Antonietta Schiavina
Paul Morandini (foto Paolo Barlettani)
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Paul Morandini (foto Paolo Barlettani)

La storia di Olivier Paul Morandini, belga, che si è appassionato al vino locale e ha acquistato un ettaro di vigna, ora diventati otto, con ricche varietà produttive

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Conosce a memoria i venti, le tipologie di terreno, le caratteristiche dei vitigni, i nomi e le qualità delle erbe selvatiche e parla della sua “Fuorimondo”, tenuta vinicola fondata nel 2010 – dopo aver deciso di restare a Campiglia Marittima per cambiare radicalmente vita e fare il contadino – come se parlasse di una figlia. Olivier Paul Morandini, belga trapiantato in Toscana, origini italiane da parte di madre, classe 1971, un figlio di cinque anni e l’amore per la natura nel sangue, racconta il vino ed è come se declamasse poesie.

Come mai si è trasferito dal Belgio in Italia E come mai ha cambiato anche modo di vivere?

«Mio nonno materno era italiano, di Cividale del Friuli, io ero molto legato a lui e alle origini della mia vita. Quindi mi sono sempre interessato dell’Italia avendo la sensazione di stare meglio qui che non in Belgio. E non appena passavo il confine ho sempre sentito di essere a casa”»

E il secondo motivo?

«Mi sono innamorato di un vino di un’azienda di Campiglia – Le Volpaiole – e ho fatto un percorso con Arming e Liliana, i proprietari di questa azienda che visitavo ogni anno. Siamo diventati amici, loro hanno capito la mia voglia di lavorare in mezzo alla natura e l’amore che provavo per il loro vino. Così un giorno, dopo sei anni di incontri periodici mi hanno proposto di acquistare l’azienda».

Una proposta azzardata. E lei?

«Ho detto subito di sì e in un secondo ho cambiato la mia vita. L’opportunità che mi veniva offerta mi sembrava unica. Le Volpaiole era una piccola realtà. Un ettaro di vigneto. E per un neofita come me era più facile da gestire. Nelle prime tre annate ho fatto tutto da solo, con l’aiuto di un agronomo e un enologo. Poi sono passato alla biodinamica, mi sono affidato a un consulente specializzato e da un ettaro sono passato a otto e mezzo».

Gli altri sette ettari e mezzo li ha comprati in seguito?

«No, ma con i proprietari ho fatto dei contratti di affitto sul lungo termine: da 30 a 60 anni. Uno dei contratti l’ho fatto con un’azienda di Cafaggio” , quella di Libero, Argentina e Alessandro Socci. Alessandro lavora ancora nella vigna con me ed è un amico, anzi quasi un fratello».

Ettaro dopo l’altro ha incominciato a produrre vino di qualità...

«A fare il contadino. In Italia».

Un Paese che ha nel cuore.

«L’ho sempre avuto, tant’è che al compimento del mio diciottesimo anno, quando mio padre mi chiese cosa avrei voluto di regalo, risposi senza esitare che mi sarebbe piaciuto andare a scuola per imparare la lingua italiana».

E lui l’ha accontentata?

«Mi ha mandato a Firenze per due estati, nel ’90 e ’91. Se ami un Paese lo devi vivere, ma senza conoscerne la lingua non si può far nulla, perché bisogna comunicare con la gente. Io ci sono riuscito, ogni tanto mischio il francese con l’italiano, ma mi faccio capire e questo mi basta».

Come ha reagito il nonno a una cosi alta prova d’amore verso le sue origini?

«Quando sono tornato in Belgio per prima cosa sono andato da lui per parlargli in italiano, una lingua che non parlava più dal 1967, l’ultima volta che era andato a visitare la sua famiglia d’origine in Friuli. E lui si è commosso, è stato un bel momento, molto emozionante».

Come mai suo nonno era emigrato in Belgio?

«Per lavorare. Era muratore e con tanta fatica è riuscito a far laureare quattro figli. Una persona speciale che mi ha insegnato tante cose».

Mamma di origini italiane. E babbo?

«Papà è belga, figlio di immigrati nello stesso Paese... Un tempo la popolazione fiamminga, a cui appartiene la mia famiglia paterna, emigrava in Vallonia, dove c’erano le miniere».

Lei che studi ha fatto?

«Due anni di architettura e cinque di comunicazione, poi ho lavorato come lobbysta per il Parlamento europeo a Bruxelles, dove fra i vari progetti mi sono occupato di impostare il 112, il numero unico di emergenza per l’Unione. Un impegno, quello di Bruxelles che continuo a mantenere, anche se adesso il mio lavoro principale è basato sulla produzione del vino».

Ma a parte l’amore per l’Italia e l’incontro con gli agricoltori toscani, qual è stata la molla che le ha fatto decidere di occuparsi seriamente di vino?

«Ci sono momenti nella vita in cui qualcuno o qualcosa scelgono per noi. E nel mio caso quando ho deciso di restare alle Volpaiole è stato il posto ad avere un impatto su di me, a scegliere per me. L’ho visto e mi è sembrato subito familiare».

In che senso?

«Era come se lì io fossi sempre stato. C’era qualcosa che mi faceva sentire bene. La stessa sensazione l’ho provata di fronte a luoghi magici come Baratti e Populonia».

Da una piccola azienda e da poca terra col tempo la sua impresa si è allargata e adesso ha in progetto addirittura la ricostruzione della fattoria Le Volpaiole che nel frattempo ha ribattezzato Fuorimondo...

«Voglio ingrandire, ricavare degli appartamenti per poter ricevere nel modo giusto la gente che compra il vino, cosa che per me significherebbe anche viaggiare meno, perché invece di andare a proporre il mio vino lo proporrò da casa. E vorrei anche allargare la cantina che è rimasta sempre la stessa, mentre il carico d’uva è aumentato».

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Quando è tempo di vendemmia raccoglie anche lei l’uva o sovrintende soltanto ai lavori?

«Quello della vendemmia è il periodo in cui non solo partecipo ma divento tremendo e non lascio passare niente. Sono convinto che la qualità del vino non la determini il lavoro che si fa in cantina ma il modo in cui si lavora in vigna... Sto molto attento alla qualità dell’uva, perché ci sono due o tre passaggi di selezione prima che i grappoli arrivino in cantina e, o si privilegia il volume senza dare importanza alla qualità, o si sceglie di avere un prodotto dal valore aggiunto. Ma per far questo bisogna essere molto selettivi».

Uno dei problemi legati al vino è quello che riguarda la trasparenza; avere nelle bottiglie etichette senza trucchi...

«È una cosa importantissima. Nel mio lavoro al Parlamento europeo mi sto concentrando su un nuovo progetto per imporre l’accesso alla trasparenza nei vini bio, cosa che oggi per un consumatore è impossibile. Vorrei arrivare a creare categorie nel bio, in modo da aiutare l’artigiano e riconoscere il suo lavoro. Ma anche ribaltare la politica di finanziamento della Commissione. Oggi un produttore che inquina il terreno e nuoce alla salute del consumatore lo può fare tranquillamente, mentre chi produce bio o si occupa di biodinamica deve pagare per dirlo tramite la certificazione. Il progetto che voglio portare avanti vuole insomma promuovere una viticoltura pulita, cosa che adesso non è purtroppo ancora possibile».

A Campiglia non solo ha scoperto la sua passione per il vino, ma ha deciso di far vivere anche suo figlio che ha cinque anni. Che cosa le piace di questo paese?

«Non è un paese finto ma reale e vivo, in cui la qualità della vita è di buon livello».

E cosa cambierebbe?

«Vorrei una politica più drastica sui rifiuti: faccio lunghe passeggiate nella macchia e rientro sempre con lo zaino pieno di cartucce... Ma sfrutterei anche la rete internazionale di persone che hanno comprato casa a Campiglia, dove abitano o vengono in vacanza, per programmare eventi culturali più aperti sul mondo. Artisti, musicisti, attori, che potrebbero dare molto e che invece purtroppo, non so se per una scelta politica o se per mancanza di comunicazione, non ne hanno la possibilità».

 

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