Italia
Aferpi, sindacati al Mise Si riaffaccia il nome di Jindal
Il Governo pensa a un Piano B se Rebrab non finanzierà il progetto industriale La Procedura potrebbe entrare in campo con Cassa depositi e prestiti e un partner
PIOMBINO. Con la prossima settimana si apre una nuova fase in Aferpi, quella della mobilitazione. Domani infatti i sindacati saranno al Mise, ma nessuno si aspetta le novità considerate invece necessarie anche dal Governo. E cioè un quadro rinnovato dalla presentazione del piano industriale da parte di Issad Rebrab, corredato dalle misure di sostegno finanziario, e da un cronoprogramma degli interventi per acciaieria, logistica e agroindustriale.
Se dunque la giornata di domani sarà utile ai sindacati solo per avere finalmente il confronto diretto col Governo atteso dalla fine dell’estate, e per capire quali siano le intenzioni del ministro Carlo Calenda, è facile immaginare che martedì, nell’assemblea fissata alle 14 all’ex Dup (che sarà preceduta da un consiglio di fabbrica al mattino) si decida per la manifestazione rinviata la scorsa settimana proprio in attesa dell’incontro al Mise.
Al Mise si capirà comunque se è già fissato un nuovo incontro del Governo con Rebrab, o se comunque ci sono stati contatti con l’imprenditore algerino. In realtà la sensazione è che Calenda non intenda rinnovare le pressioni già esercitate su Rebrab, considerando che quando ha detto e scritto sia più che sufficiente.
E che quindi ormai sia chiaro anche a Rebrab che quelle condizioni – nuovo piano industriale e finanziario e nuovo cronoprogramma – oltre a essere inderogabili hanno anche un tempo limite, e che il Governo non lascerà arrivare il primo luglio (quando scadrebbero gli obblighi sull’occupazione fissati dalla legge Marzano) per agire.
In questo senso avrebbero una logica le indiscrezioni pubblicate ieri dal Sole 24 ore su un possibile Piano B per Aferpi, nel caso di inadempienza dei propri impegni da parte di Rebrab, che vedrebbe in campo la Cassa depositi e prestiti, in modo simile a quanto sta avvenendo all’Ilva di Taranto.
Il commissario Piero Nardi infatti nella sua ultima relazione aveva avvertito che in caso di default dell’acquirente per il mancato finanziamento del piano da parte degli azionisti, la Procedura Lucchini avrebbe dovuto attivare le garanzie previste dal contratto, con «l’escussione del pegno sulle azioni», che passerebbero quindi alla Procedura Lucchini, ancora titolare – in pegno appunto – di una quota del 27,27 per cento.
In questo modo nel capitale di Aferpi entrerebbe la Procedura, e di conseguenza lo Stato con Cassa depositi e prestiti potrebbe inserirsi nella holding siderurgica in modo corretto dal punto di vista delle regole europee.
Sempre seguendo questa teoria a quel punto inizierebbe la ricerca di un partner industriale. Il nome che circola non da oggi, visto che già nei mesi scorsi se ne è parlato come di un possibile socio di Rebrab, è quello di Sajjan Jindal, battuto nella gara per la Lucchini proprio dal patron di Cevital, di cui poi è diventato fornitore di blumi per il treno rotaie.
In realtà l’ipotesi, che in fondo è quella che i sindacati caldeggiano da prima dello spegnimento dell’altoforno, porterebbe a un progetto ancora più ambizioso coinvolgendo non solo Jindal (capitalizzato per 5,8 miliardi e con una produzione pari a 18 milioni di tonnellate installate ovunque nel mondo tranne che in Europa) ma anche la nuova Ilva di Taranto che si appresta a prendere forma, con la cordata denominata AcciaItalia in cui oltre all’industriale indiano ci sono Cassa depositi e prestiti e Arvedi.
Solo una congettura, al momento, con molte e complesse variabili, la cui praticabilità sarà esplorata in modo più chiaro eventualmente solo alla chiusura delle procedure di cessione, con AcciaItalia considerata dagli osservatori favorita sulla cordata formata da Arcelor Mittal e Marcegaglia Carbon Steel.
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