Il presidio
Addio a Bandini, storico delegato Fiom
Personaggio amatissimo, la sua vita nel segno della passione per la politica e il sindacato
CECINA. Nell’estate del 2014 Luciano Bandini scrisse per Il Tirreno un diario del suo campo antimafia a Corleone. Da pensionato aveva voluto provare l’esperienza della vita comunitaria in una cooperativa siciliana di don Luigi Ciotti, a testa bassa nelle terre strappate alla mafia. «Sono tornato un po’ più saggio», raccontò al Tirreno, «e ammirato verso quei giovani che non mollano, che non si arrendono alla paura».
Ieri mattina, 14 gennaio, a otto giorni dal suo 73° compleanno, Luciano Bandini, per tutti Lucianone, “Cespuglio” per gli amici del sindacato della fabbrica Lucchini dove aveva lavorato per molti anni, se n’è andato. Vinto da un tumore. Ma arrendersi non era nel suo Dna. E infatti Luciano Bandini, nonostante la grave malattia che lo aveva colpito, aveva continuato la sua militanza quotidiana nel Pd. Era praticamente il custode della sezione “Guido Rossa”, l’apriva e la chiudeva; l’estate scorsa aveva lavorato nelle cucine della Festa dell’Unità come ogni anno, come se nulla fosse successo. Reagiva alla malattia continuando la sua vita di sempre. Una capatina in sezione la faceva quasi ogni giorno. Finché ha potuto. Militante storico del Pci in tutte le sue evoluzioni fino al Partito democratico, Luciano Bandini ha voluto che ad accompagnarlo nell’ultimo viaggio fosse la bandiera rossa con la falce e martello, accanto alla bandiera della Fiorentina, la sua squadra del cuore. Lo sport era l’altra sua passione: il calcio e il ciclismo, di cui era stato anche istruttore giovanile.
Ma la politica era la sua prima ragione di vita. Il partito, e il sindacato. Ricordava con orgoglio quando aveva fatto lo scorta a Luciano Lama. Operaio della Lucchini, dove era delegato della Fiom al tmp, aveva condotto tante battaglie. La più importante, la lunga vertenza del 1992, che lo vide sulle barricate insieme a molti compagni di lavoro, sindacato e politica. Nel braccio di ferro fu organizzato anche un sit-in sui binari della ferrovia, a Campiglia e San Vincenzo. Per questo fu coinvolto in un processo per interruzione di pubblico servizio: a suo fianco c’erano i sindaci della Val di Cornia e anche l’ex ministro Fabio Mussi. Fu una difficile battaglia, ma alla fine furono tutti assolti, come ricorda il segretario storico della Fiom piombinese Luciano Gabrielli, per «causa di forza maggiore». Una vittoria sindacale, ma soprattutto politica. In quegli anni nacque la sua amicizia con la deputata Silvia Velo, allora giovane dirigente della Val di Cornia, che ieri gli ha reso omaggio alla camera ardente, allestita nell’obitorio dell’ospedale. Ma Lucianone era rimasto sempre e soprattutto «un semplice militante di sinistra», come si definiva. E ieri all’obitorio c’è stata una fila interminabile di persone che hanno voluto salutarlo. «È stato una guida e un esempio per noi giovani», dicono il sindaco Samuele Lippi, e Alessandra Meini, della direzione Pd.
Lascia la moglie Giuseppina e i due figli Fabio e Marco. Il funerale sarà celebrato domani alle 14,30 alla chiesa Sacra famiglia. Poi il corpo sarà cremato.
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