Il Tirreno

Il professore francese innamorato della scienza

Maria Antonietta Schiavina
Patrick Poinsotte (foto Paolo Barlettani)
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Patrick Poinsotte (foto Paolo Barlettani)

Patrice Poinsotte ha scoperto la Val di Cornia in bici e ha scelto Piombino per viverci
Insegna all’istituto superiore Alma Mater e si occupa di divulgazione scientifica

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Ha lasciato la Borgogna, sua terra d’origine nel 1997 per fare un dottorato di ricerca all’Università di Pisa, con un borsa di studio Erasmus. E in Borgogna, a parte qualche viaggio per andare a trovare i genitori, Monique e Michel, operai in pensione, non è più tornato. L’Italia e soprattutto la Val di Cornia «che ho imparato ad apprezzare durante i miei giri in bicicletta», sono entrati nel suo cuore e oggi, Patrice Poinsotte, classe 1965, divulgatore scientifico (autore del libro “Scienza e società”), nonché insegnante di francese e informatica all’Istituto superiore Alma Mater, vive a Piombino.

Una città che lo ha accolto a braccia aperte e che lui, negli anni, ha imparato ad amare, «soprattutto per la vita a misura d’uomo ancora possibile».

Come mai Piombino e non un altro luogo della Toscana?

«Grazie a dei cari amici in questa città ho sempre avuto un punto d’appoggio. Perciò, dopo l’esperienza pisana, ho deciso di restarvi, facendone in un certo senso la mia seconda patria».

Non le manca la Francia?

«Direi di no. Il clima di Digione, dove sono nato e vissuto, è decisamente meno piacevole. E anche dal punto di vista culturale non sento grandi mancanze: Toscana e Borgogna sono regioni molto simili. Certo, ho sempre dei bei ricordi della mia terra, ma sono quasi tutti legati alla famiglia, alla scuola e allo sport».

Una delle maggiori attrazioni di Digione è la gastronomia.

«E’ vero. E in questo senso mi mancano molto due piatti invernali: la choucroute e la potée. Sono a base di carne, salsicce, verdure e si servono accompagnati da birra o da un buon vino, in Borgogna sempre ben presente».

Qual è la prima immagine che le viene in mente se ripensa alla sua infanzia francese?

«Quella delle vacanze al mare, all’isola d’Oléron con i miei genitori: il mio primo contatto emozionante con le onde e l’odore dell’oceano. E le serate davanti a “La dernière séance”, l’unica trasmissione tv che i miei mi lasciavano guardare da piccolo e che mi ha trasmesso la passione del grande cinema».

Cosa si aspettava dall’Italia e dalla Toscana e cosa l’ha delusa?

«Quando ho lasciato la Francia non avevo grosse aspettative. Partivo un po all’avventura e l’unica ricerca vera era quella della carriera universitaria, che purtroppo è finita presto a causa dei miseri finanziamenti alla ricerca scientifica. La Toscana non mi ha mai deluso; è una bellissima terra, accogliente, dove si vive bene. A deludermi è stata semmai la politica italiana e questo a tutti i livelli, dai più bassi ai più alti. Tantissime chiacchiere, tanti giochi di potere, tanti politici e poco interesse ai problemi veri della gente. Insomma tanto fumo e poca ciccia. E meno male che ci sono le persone serie che la mattina si alzano per andare, loro, a lavorare».

Quando ha deciso di interessarsi di scienza?

«Al secondo anno delle elementari ero già molto attratto dal tempo e dalle previsioni meteorologiche. E dicevo che da grande avrei fatto lo scienziato».

Ma qual è stata la spinta a intraprendere seriamente questo percorso?

«La creazione di un dipartimento di climatologia presso la facoltà di scienza dell’Università di Borgogna».

Si dice che la fisica, la matematica e la musica abbiano attinenza fra loro. Cosa ne pensa?

«È verissimo. La matematica è il linguaggio della fisica e le leggi della fisica che descrivono come funziona la natura che ci circonda sono fatte da numeri, i pilastri della matematica. Poi la musica non è caos, è ordine come la natura e la matematica, il ritmo è numero e il suono è un onda descritta dalla fisica. Tra fisica, matematica e musica c’è un legame diretto e il passaggio l’anno scorso di un’onda gravitazionale sulla Terra ha prodotto un suono che i fisici hanno registrato».

Ma lei è un esperto di musica?

«Diciamo che sono appassionato...Ho lavorato, più che altro per hobby, in una radio locale (radio K6) di Dijon dove presentavo una trasmissione settimanale sul blues e il rock, i miei generi preferiti».

E’ cofondatore della Fondazione Jacques Mayol. Ha conosciuto dunque il grande apneista?

«Purtroppo no. Gli unici rapporti che ho avuto con lui sono stati tramite il film di Luc Besson, “Le grand bleu”. Però ho conosciuto la figlia, che ora vive in Florida, e il suo amico apneista Umberto Pelizzari».

Anche lei Patrice pratica apnea? «Sì, solo nelle salite in bici! Scherzi a parte, preferisco la terra ferma o meglio prendere il sole sulla spiaggia di Calamoresca, anche se un bel giro in barca a vela non mi dispiace affatto. Amo molto il mare, ma più che altro in superficie».

Ha fatto un dottorato di ricerca in idrometereologia, si è specializzato in idrologia di superficie e si è laureato in geofisica con indirizzo meteorologia e climatologia. E oggi come usa le sue conoscenze?

«Oltre a coltivarle per passione le ho trasferite nel giornalismo scientifico. Scrivere di scienza in un modo divulgativo, piacevole, senza banalizzare concetti complessi, è la mia sfida quotidiana perché ho rispetto dei miei lettori, della materia e del lavoro prezioso, spesso poco valorizzato degli scienziati. Insomma cerco, nel mio piccolo, di colmare il divario troppo grande tra scienza e società, così come ho tentato di fare con il mio libro».

Come vede il pianeta e il suo futuro?

«Conoscendo ormai gli essere umani più interessati al qui e ora che alle prospettive del domani, più legati al proprio orticello che al bene comune, e considerando le lentezze politiche nel rispondere ai problemi ambientali seri, vedo il futuro nero, come il CO2 che buttiamo nell’atmosfera. Basta guardare i dati delle temperature mondiali medie del 2016: nonostante più di 20 anni di conferenze sul cambiamento climatico le concentrazioni di CO2 continuano ad aumentare, così come sono stati battuti tutti i record di calore. Ma nonostante ciò si continua a far finta di niente, o quasi».

Dal cambiamento climatico alle inondazioni. Il destino della Terra dipende dunque dall’uomo?

«Esattamente. Un recente rapporto dell’Ipcc (International panel on climate changes) indica molto chiaramente che la maggiore parte del cambiamento climatico è di origine antropica».

Ma cosa può fare ognuno di noi per contribuire alla salvaguardia del mondo in cui viviamo e dovranno vivere i nostri figli e nipoti?

«Ciascuno nel suo piccolo può fare molto. Ormai tutti lo sanno ma ancora troppo pochi mettono in pratica buone azioni per l’ambiente, come il car-sharing, l’uso dei mezzi pubblici, l’attenzione ai consumi (acqua, elettricità), l’isolamento migliore nelle case, l’uso più delle gambe e della bicicletta soprattutto in città. Abitudini queste che contribuirebbero al benessere del corpo oltre che a quello del pianeta... Però i principali responsabili sono i governi, perché sono loro a decidere le politiche di sviluppo economico e le misure per lottare contro il riscaldamento climatico. Ormai tutti i Paesi sanno cosa deve essere fatto, ma senza controlli e obblighi di legge (la conferenza di Parigi sul clima non le prevede) si va poco lontano».

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