Il Tirreno

Orlandini, attore e regista prestato alla pubblicità

Maria Antonietta Schiavina
Gianluca Orlandini
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Gianluca Orlandini

La passione per il teatro nata a 17 anni, recitando in “Assassinio nella cattedrale”. Poi la lunga esperienza con Teatro dell’Aglio. «Ma ora come artista sono un freelance»

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Il piccolo Gianluca era un bambino timido, sensibile, ben educato. Considerato dagli insegnanti “maturo”. «Definizione - spiega oggi - che forse derivava dal mio non essere né bullo né bullizzato, dal fatto che aiutavo gli altri ed ero un difensore delle cause perse. Ma invece di rendermi felice mi irritava, perché non ne capivo l’esatto significato e mi sembrava più che un complimento una critica».

Poi, una volta cresciuto, in lui è nato il sacro fuoco dell’arte, la timidezza ha lasciato il posto alla creatività, alla voglia di esibirsi, di ricavarsi uno spazio in cui esprimere i propri sentimenti, le curiosità, le passioni. Così il teatro ha preso il sopravvento, accompagnandolo per un lungo percorso che ancora oggi lo vede protagonista, pur non essendo la sua professione, ma soltanto un piacevole hobby.

Gianluca Orlandini, classe 1970, piombinese di nascita - qualche anno fa ha scelto Gavorrano per abitarci non dimenticando però Piombino, dove ha passato l’infanzia e l’adolescenza e dove vivono i genitori e il fratello maggiore Maurizio - è responsabile dell’ufficio pubblicità di Unicoop Tirreno.

Quando ha scoperto di avere dentro di sé la voglia e la capacità di recitare?

«Da bambino non avevo nessuna velleità in tal senso e solo a 17 anni è nata in me la voglia di recitare».

Qual è stata la molla?

«Un ruolo ricoperto quasi per gioco in “Assassinio nella cattedrale” di Thomas Stearns Eliot, con la Compagnia dei Giullari diretta da Remo Bagnasco. Da lì sono seguiti altri spettacoli, sempre con Bagnasco e con Cinzia Bartalini, allora insegnante al liceo linguistico Giovan Battista Alberti. Ma probabilmente non sarei andato oltre se non avessi incontrato la persona giusta».

Il nome?

«Donella Garfagnini, socio fondatore del Teatro dell’Aglio. Senza di lei quasi sicuramente il mio percorso teatrale si sarebbe fermato a Eliot».

Invece come è andata?

«Mi ero iscritto all’università, facoltà di filosofia, a Firenze. E Donella a quei tempi era assistente di un professore universitario. Ci trovavamo sempre in treno e, parlando, venne fuori che avevamo una passione in comune. Io le parlai del testo “Un cuore senza fine” di Elena Bono, che narrava i dialoghi fra Catullo e Giulio Cesare e lei lo propose a Mario Bernardini, regista del Teatro dell’Aglio. Decisero di metterlo in scena coinvolgendomi come giovane Catullo, con Maurizio Canovaro nei panni di Giulio Cesare».

Da quel momento lei è entrato a far parte del Nuovo Teatro dell’Aglio, da cui si è distaccato nel 2003. Come mai?

«In un primo momento, per il lavoro che mi stava coinvolgendo sempre di più ho abbandonato la parte organizzativa, di cui mi occupavo totalmente, sia per il progetto estivo “Spettacolazione” che per la gestione del Teatro dei Concordi di Campiglia. In seguito, dopo aver fatto la regia della “Donna del mare” di Ibsen ho deciso di chiudere del tutto il mio rapporto, ma fu un addio senza drammi, da buoni amici».

Poi ha continuato a recitare da solo...

«In pratica sì. Sono per così dire, un “freelance”. Ma lo sono sempre stato perché l’impegno col Teatro dell’Aglio non era esclusivo».

Affiancando la recitazione al suo impegno nella pubblicità riesce a gestire bene le due cose?

«Direi di sì, anche se con fatica e facendo delle scelte ben precise... Il lavoro di pubblicitario oggi mi impegna ancora di più e il tempo che mi rimane lo dedico esclusivamente ai progetti artistici che mi soddisfano; per cui in una somma algebrica diciamo che ne ho guadagnato».

Per occuparsi di pubblicità che studi ha fatto?

«Il liceo scientifico e filosofia. E, lo dico sempre volentieri perché denota la mia stupidaggine, ho dato tutti gli esami, anche con una buona media, dopodiché non ho redatto la tesi».

Come mai?

«Follie di gioventù. Ma mi consola sapere che anche D’Alema ha fatto una cosa del genere alla Normale».

Suo fratello maggiore vive a Piombino, artista anche lui?

«In un certo senso sì. Maurizio lavora in una ditta di manutenzione per la Magona e ha l’hobby della danza. Insegna tango insieme alla moglie, Marta Del Bono, mia amica di vecchia data e uno dei soci fondatori del Teatro dell’Aglio».

Che rapporto c’è fra di voi?

«Di grande affetto e complicità. Quando sono nato, lui non era abbastanza piccolo per nutrire gelosie ma neppure tanto grande da sentirsi padre. Maurizio ha frequentato l’Istituto professionale e questo ha fatto sì che ci si divertisse a smontare e rimontare televisori, radio e quant’altro, tant’è che oggi, se devo fare un lavoro manuale ne sono capace: grazie a lui ma anche a una predisposizione naturale, ho sempre tenuto in una mano il libro e nell’altra il cacciavite».

Perché ha scelto Gavorrano come luogo dove vivere?

«Per caso. A Gavorrano, nella frazione di Filare, in un casolare bellissimo in mezzo al verde, abitava una mia collega che, ormai in pensione, si allontanava spesso da casa per seguire il marito negli Usa. Aveva cani e gatti e in uno scambio di favori mi offrii di occuparmene abitando da lei durante la sua assenza. Da lì l’amore per un luogo dove oggi sto in pianta stabile, in una casa che divido con due gatti e mezzo, nel senso che due vivono con me e uno, nuovo arrivato, gira intorno al giardino in attesa di cibo e coccole».

A proposito di carattere, come definirebbe Gianluca Orlandini raccontandolo a chi non lo conosce?

«Un pigro operoso. Uno che si fa prendere dalle smanie e se ha un obiettivo si butta, sia nel lavoro che nelle passioni, ma che se non ha progetti se ne sta tranquillamente in casa davanti al focolare».

Nel teatro ha attraversato tutti i generi, dalla commedia musicale ai reading di poesie, dagli spettacoli drammatici a quelli comici. Ma se potesse scegliere?

«Mi piacciono i ruoli che stanno nel mezzo. Amo più far sorridere che ridere».

Ha trovato ostacoli nel territorio in quanto attore sia pure per hobby?

«In questi anni di relazioni, alcune decisamente positive altre meno, mi sono ricavato uno spazio e sicuramente le critiche che potrei muovere alle politiche culturali della zona non sono basate sui trattamenti personali, ma sulla cattiva distribuzione degli eventi».

Si spieghi meglio.

«Il primo dicembre, a San Vincenzo, mentre al Teatro Verdi recitavo Gabriele D’Annunzio accompagnato dalle musiche di Stefano Agostini, c’era un’iniziativa sul tema della violenza sulle donne, organizzata dal Comune di Piombino al Metropolitan e, a Follonica, ce n’era un’altra sullo stesso tema alla Fonderia Leopolda: questi non sono dispetti a Gianluca a Orlandini ma limiti che fanno male alla cultura».

Se per magia potesse recitare con un grande protagonista del teatro con chi vorrebbe farlo?

«Con Umberto Orsini che ho ammirato più volte per la sua capacità di animale da palcoscenico, ma anche per la generosità verso i giovani attori. Una generosità che raramente ho trovato in altri protagonisti e che fa di Orsini un grande in tutti i sensi». 

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Spettacolo in scena. Domenica 18 dicembre, alle 17,30, alla Biblioteca della Ghisa di Follonica si replicherà a ingresso libero lo spettacolo “Le mie parole ne la sera” (da Alcyone di Gabriele D’Annunzio), già presentato con successo al pubblico di Suvereto nel mese di giugno e al teatro Verdi di San Vincenzo il 1° dicembre. 

Voce narrante Gianluca Orlandini, ad accompagnarlo in questa avventura poetico-musicale per la rassegna “ Dal libro alla scena” ideata dallo stesso Orlandini, che comprende sei appuntamenti fino ad aprile in biblioteca la domenica pomeriggio, ci sarà il maestro sanvincenzino Stefano Agostini con cui Orlandini collabora spesso.

«Con Stefano ci siamo conosciuti ai tempi di SpettacolAzione, quando lo chiamai per un evento, sempre di poesia, che aveva come protagonista il compianto Franco di Francescantonio - spiega l’attore piombinese - e ricordo ancora oggi l’emozione che quell’evento suscitò in me non ancora trentenne. La lettura scenica è un vero e proprio genere teatrale che difficilmente viene colto nella sua specificità, viene talvolta confuso con una sorta di “teatro minore” o con le numerose forme di condivisione pubblica nelle quali dei testi vengono letti ad alta voce». «E se teatro è comunicare senso e emozioni dall’interprete al pubblico la lettura scenica - conclude - è senz’altro teatro, con la differenza che, se il teatro in senso stretto tende a far dimenticare al pubblico che quello che si sta svolgendo sul palcoscenico nasce da un testo, la “lettura” si caratterizza, per il rapporto diretto e dichiarato con il testo scritto».

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