Il presidio
Parte il progetto “Cucinare per la libertà”
Via alla collaborazione tra il carcere e l’Alberghiero per la formazione di gruppi di detenuti e studenti
PORTOFERRAIO. Scuola e carcere insieme in un progetto europeo per far nascere sul territorio una rete sociale, economica ed educativa. È stato presentato ieri all’Enoteca delle Fortezze (dove si svolgeranno gli incontri) da Guido Ricci, fra gli ideatori dello stesso. Sono inoltre intervenuti, in quanto direttamente interessati, Veronica Cornaggia presidente della cooperativa Beniamino, Carlo Eugeni referente della condotta Slow Food dell'Elba, Enzo Fazio preside del liceo Foresi, Chiara Barbotto e Francesco D'Anselmo direttore dell'istituto carcerario di Porto Azzurro. Coinvolti, appunto, nell'iniziativa il Brignetti di Concia di Terra e il penitenziario di San Giacomo.
Mondo scolastico e mondo carcerario insieme. Si formeranno due gruppi di 8 studenti e di 8 detenuti per un anno di lavoro attorno al collante forte rappresentato dal cibo. L'anno comprenderà sei mesi di formazione e sei mesi di stage. Si tratta dell'ossatura portante del "Cooking for freedom", il progetto che si pone l'obiettivo di «costruire e promuovere percorsi formativi sul territorio con lo scopo di stimolare delle sinergie volte ad aumentare l'efficacia d'integrazione del sistema carcerario e formativo». Fra tutti gli istituti di pena presenti in Italia, è stato scelto proprio Porto Azzurro, in quanto qui una certa attività che andava in questa direzione era stata già avviata. E l'Italia è uno dei Paesi partner che hanno lavorato attorno al "Taste of Freedom", insieme con Lituania, Turchia, Portogallo e Gran Canaria. «L'idea del Cooking for freedom - ha detto Guido Ricci - ci è venuta a seguito del precedente 'Taste Of Freedom' partito nel 2013 e continuato per due anni. Esso ha visto per protagonisti più di una quaranta detenuti. Allora lo scopo era di far scoprire ai ristretti le tradizioni locali, i prodotti e le antiche ricette così, da diffondere la cultura del cibo buono e della sana e corretta alimentazione. Quello che ci proponiamo adesso è l'integrazione del carcere con il territorio».
«Quando sono arrivato all'Elba un anno fa - ha detto D'Anselmo - i detenuti occupati all'esterno erano appena 33. Oggi coloro che lavorano fuori dal forte sono 83. Il carcere da solo non basta. Ci vuole la professionalità (che manca) e il lavoro - ha concluso il direttore - per recuperare gli individui e per prepararli al reinserimento nella società».
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