Il Tirreno

Infortuni, c’è un calo ma sui numeri incide la crisi occupazionale

di Claudia Guarino
Infortuni, c’è un calo ma sui numeri incide la crisi occupazionale

Nella fotografia del fenomeno mancano i dati sul lavoro nero Pochi investimenti sulla sicurezza, nel privato e nel pubblico

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PIOMBINO. Matteo aveva 45 anni quando è morto. E’ rimasto folgorato mentre stava lavorando su un traghetto, ancorato al porto di Piombino. Lele invece è stato schiacciato da una pressa mentre si trovava in fabbrica.

Le chiamano morti bianche, quelle che avvengono sul posto di lavoro, a indicare che spesso passano sotto silenzio. O che non sono causate dall’intervento diretto di qualcuno.

L’idea della mano invisibile tuttavia, qualche volta, si scontra con la realtà dei fatti. E, per un motivo o per un altro, sul lavoro si continua a infortunarsi e a morire.

Succede anche in Val di Cornia. Qui, secondo le statistiche dell’Inail, dal 2011 al 2015 sono stati 4813 gli infortuni sul lavoro denunciati, di cui 11 mortali. Nel conteggio sono considerati sia gli infortuni sul posto di lavoro sia quelli che avvengono lungo la strada per raggiungere il lavoro. La tendenza è decrescente. Se nel 2011 le denunce sono 1100, nel 2012 calano a 1091, nel 2013 a 1008, nel 2014 a 844 e nel 2015 a 770. Scendendo nel dettaglio dei singoli Comuni, Piombino è quello con una quantità di denunce maggiore (803 nel 2011 e 505 nel 2015), segue Campiglia che rimane stabile intorno alle 145, eccetto nel 2012 quando sono state 171. Più bassi i numeri di San Vincenzo (100 nel 2011 e 85 nel 2015) e Suvereto (49 nel 2011 e 34 nel 2015).

La maggior parte delle denunce proviene da uomini e dal settore industria e servizi. Queste sono le cifre che corrispondono al totale delle denunce di infortuni, bisogna poi distinguere alcuni sottogruppi. Ci sono quelli definiti positivi, cioè riconosciuti a pieno titolo, indennizzati o meno, e quelli definiti negativi. E’ necessario considerare che le statistiche Inail comprendono, appunto, solo l’area degli infortuni denunciati.

C’è poi un’area ulteriore che comprende il lavoro nero, le denunce presentate e poi ritirate e coloro che decidono di non denunciare un infortunio come avvenuto sul lavoro. «L’ impressione che traggo da racconti di lavoratori che vedo come medico di Patronato – racconta Francesco Pappalardo - è che ci possono essere perdite di dati sugli infortuni di piccola-media gravità, per la pressione che alcune aziende fanno sui lavoratori, in modo da indurli a non denunciare l'infortunio e farlo passare come riposo, ferie o malattia comune».

Ciò che avviene nel nero è difficilmente quantificabile quindi. Tenendo presente queste considerazioni e tornando alle statistiche Inail, si può fare una distinzione tra i diversi settori. I dati, ad esempio, ci dicono che in Val di Cornia, in agricoltura ci sono stati, in totale, 81 infortuni denunciati nel 2011, 65 nel 2012, 72 nel 2013, 68 nel 2014 e 70 nel 2015. In questo caso quindi, non c’è un calo significativo. «Qui principalmente registriamo incidenti per ribaltamento di trattori – dice Michele Rossi, Flai Cgil – che avvengono soprattutto nell’ambito di attività familiari. E la nostra preoccupazione maggiore è per gli operatori a tempo determinato delle piccole aziende che, per paura di non essere confermati per la campagna successiva, evitano di denunciare gli infortuni».

Passando a industria e servizi ci sono state, in Val di Cornia, 937 denunce per infortuni nel 2011, 929 nel 2012, 850 nel 2013, 704 nel 2014 e 618 nel 2015. Un calo quindi, che è logico pensare sia dovuto anche alla diminuzione dell’attività industriale. Nonostante questo il numero di infortuni è ancora . «In campo siderurgico – dice Mauro Faticanti, Fiom – i lavoratori più esposti sono quelli di appalti e subappalti. Spesso hanno un contratto a termine e c’è una correlazione tra precariato e infortuni. Più una persona si sente ricattata e più è pronta ad accettare qualsiasi condizione».

Al di là delle statistiche la questione principe è come riuscire a garantire la sicurezza sul lavoro. I lavoratori devono sì rispettare le norme e seguire i corsi, ma il problema va proiettato anche su altri piani. «I primi che dovrebbero far rispettare i dispositivi di sicurezza – dice Faticanti – sono i datori di lavoro. Troppo spesso la sicurezza passa in secondo piano rispetto al profitto».

«C’è una parte di lavoro nero e grigio, soprattutto nel settore privato, in cui la sicurezza è messa a repentaglio – aggiunge Nicola Triolo, Fillea Cgil -. Nel pubblico si tende invece a risparmiare sugli appalti, a scapito degli investimenti sulla sicurezza». Prevenzione, azioni mirate a garantire sicurezza e a salvare vite. Perché, nel 2016, non si può più morire di lavoro.

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