Il Tirreno

Giuliani: "350 profughi in Val di Cornia sono il tetto massimo"

Valeria Parrini
Il sindaco, Massimo Giuliani
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Il sindaco, Massimo Giuliani

Ma per il sindaco la situazione è sotto controllo: "Non seminiamo paura"

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PIOMBINO. Ha trovato persone sbigottite, come incredule. A partire dall’omicida. E nessuna situazione fuori controllo. «Il fatto è grave e il cordoglio per questa morte è doveroso. Per favore, non coltiviamo odio e paure. Poteva succedere anche in situazioni del tutto diverse. La preoccupazione c’è. Ed è naturale. Ma la tragedia dell’altra sera non inneschi il timore che da ora in poi chissà cosa potrebbe succedere».

Il commento è del sindaco. Massimo Giuliani è arrivato al centro di Franciana poco dopo l’accaduto. Ha parlato a lungo con gli operatori e visitato la struttura gestita dalla Croce rossa. «Un’associazione che non si improvvisa, in fatto di accoglienza. E quello che abbiamo visto lo conferma», prosegue il sindaco. Che sa bene di dover affrontare un argomento complicato anche quando la cronaca nera non ci mette il carico. Un argomento che passa per intero sulla testa degli amministratori locali.

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«E’ una questione con cui dobbiamo fare i conti. E che andrebbe affrontata a monte. Naturalmente non penso ai respingimenti. La Val di Cornia - aggiunge Giuliani - sta offrendo il suo contributo. Circa 350 persone ospitate nelle strutture, oltre la metà delle quali a Piombino, sono un buon numero. Credo rappresenti il massimo della capacità di assorbimento espressa dal nostro territorio».

Insomma, il tetto sarebbe già stato raggiunto. In estate, però, gli sbarchi si intensificheranno. E la prefettura potrebbe decidere ingressi ulteriori. Ci sono anticipazioni?

«Al momento non abbiamo preavvisi», risponde. In base ai risultati degli incontri al tavolo livornese, sa, invece, che la linea è quella di evitare, da un lato, squilibri nel rapporto numerico tra profughi e popolazione. Dall’altro di non prevedere l’utilizzo di alberghi e strutture centrali. Una linea che lo convince totalmente. La gestione dei tempi di permanenza è un problema. Perché tra l’arrivo a Franciana, il riconoscimento dello status di rifugiato e gli esiti dell’eventuale ricorso nel caso di un primo risultato negativo, ne passa troppo. Anche due anni. E’ per questo che non solo su cibo e posti-letto, peggio ancora se in mega-strutture, deve essere basato un progetto di ospitalità.

«Gli operatori mi hanno spiegato che tre volte la settimana sono organizzati corsi di alfabetizzazione e per due volte attività ricreative. Ogni due giorni, a gruppi alternati, i ragazzi vengono accompagnati in città. Questi sono passaggi importanti. Parliamo di Franciana - precisa il sindaco - un edificio di proprietà pubblica, decoroso, soprattutto all’interno, gestito dalla Croce rossa. Non so cosa accada nelle strutture private. Ma anche su questo c’è l’attenzione della prefettura».

Intanto, il dramma di venerdì ha lasciato un segno pesante sugli operatori. «Per noi è stato un lutto che ci ha lasciato feriti nell’anima. I miei ragazzi che stanno con i profughi tutti i giorni, che li conoscono uno a uno, che ci parlano, ci scherzano, si prendono cura dei loro bisogni, che li sgridano, che conoscono le loro storie, sono distrutti», afferma Rosella Caciagli, presidente della Croce rossa piombinese.

«Per noi - aggiunge - hanno un nome, un carattere, una storia. Mi chiamano “mama” quando dico loro che li capisco perché non posso immaginare mio figlio, della loro stessa età, nella loro situazione. Una situazione che nonostante tutti gli sforzi possibili per poterla rendere accettabile, è pur sempre una condizione da non augurare a nessuno. Quel ragazzo aveva una famiglia ad attenderlo, aveva due figli e voleva ritornare a casa».

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