Il Tirreno

«I soldi bastano solo fino a settembre»

di Guido Fiorini
«I soldi bastano solo fino a settembre»

L’associazione “Coordinamento articolo 1” lancia l’allarme: serve una grande manifestazione per avere la verità

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PIOMBINO. La “spinta” del ministro Calenda sulla Sace, la società partecipata da Cassa Depositi e prestiti, consentirà ad Aferpi di avere un prestito, si parla di circa cinquanta milioni di euro, per portare avanti la produzione, interrotta in questi giorni per mancanza di liquidità per pagare le materie prime. Ma c’è il rischio che quei soldi bastino solo fino a settembre, quando il problema si ripresenterà, a meno che non sia la proprietà a mettere denaro fresco in azienda. Anche se c’è da dire che la commessa principale, quella con Ferrovie, dovrebbe portare i primi soldi proprio alla fine dell’estate.

A denunciarlo è la minoranza sindacale, da poco costituita in associazione “Coordinamento articolo 1”. Gli stessi tornano a far presente che, fra un anno esatto, Aferpi avrà più alcun obbligo da rispettare per l’occupazione. Per questo chiedono che il magnate algerino veda Renzi. E, nell’occasione, vorrebbero organizzare una grande manifestazione sindacale.

«Mentre ai lavoratori si continua a far credere in un futuro roseo, nella realtà si stipulano accordi che vengono disattesi nei tempi e modi. Basta dare uno sguardo ai verbali delle riunioni effettuate al Mise o all'accordo sindacale del 3 giugno per il passaggio ad Aferpi: fatto votare ai lavoratori e approvato a larga maggioranza con la promessa di una ripresa produttiva e la salvaguardia del posto di lavoro, sostenendo che il piano industriale doveva essere realizzato nella sua totalità (siderurgia, agroindustriale e logistica). Attualmente l'unico progetto in esame sulla carta, ma solo parzialmente, è quello siderurgico (nuova acciaieria e treno di laminazione per rotaie) che ha però visto il dimezzamento del piano originario: da una produzione annua di 2 milioni di tonnellate di acciaio siamo passati a quella (ma sempre di promessa trattasi) di un milione. Niente inoltre è stato concretizzato per quanto concerne agroindustriale e logistica».

«La parte di stabilimento funzionante, nello specifico i treni di laminazione, marcia a singhiozzo e sono programmati lunghi periodi di fermata per gli impianti, non riuscendo a sostenere una minima continuità produttiva (per mancanza di liquidità di cassa) che sarebbe propedeutica a preparare le condizioni per il ritorno in fabbrica di tutti i lavoratori il prossimo 6 novembre. Ricordiamo che tali condizioni derivano interamente dalla marcia a pieno regime dei laminatoi. Le istituzioni (Comune, Regione e Governo) continuano ad asserire che quello di Aferpi è un progetto serio e ambizioso ed esortano i lavoratori a non preoccuparsi. Ad oggi niente di ciò che è stato previsto ha trovato realizzazione. Tutto è rimasto sulla carta: progetti, richieste di chiarimenti dei chiarimenti e cabine di regia. In aggiunta, il Mise non ha ancora reso pubblico il verbale della riunione del 19 maggio. Intanto il tempo passa e il fatidico 30.06.2017 si avvicina velocemente e incombe sulla sorte dello stabilimento e dei lavoratori. Dopo quella data Aferpi non avrà nessun obbligo di legge da rispettare sia per il mantenimento dei livelli occupazionali, sia per il quello delle attività imprenditoriali. Crediamo che le difficoltà di reperimento dei finanziamenti da parte di Aferpi vadano ricercate attentamente in altre cause e situazioni anche al di fuori dei confini Italiani».

L’associazione chiede che le assemblee vengano estese.

«Denunciamo che con le ultime assemblee siamo arrivati al punto che oltre a precludere, spesso, le stesse ai lavoratori dell'indotto, adesso, si indicono solo per coloro che sono già assunti, dimenticando che vi sono ancora 700 lavoratori che sono in cassa integrazione e che non possono accedere in fabbrica nemmeno per partecipare alle assemblee sindacali. Se questo è il modo di tenere uniti i lavoratori ci sarà poco da sorprendersi se prevarrà la logica di tutti contro tutti. Noi riteniamo invece che sia necessario lavorare per l'unità dei lavoratori e dei cittadini di Piombino e della Val di Cornia per rispondere ad una fase di cui vanno responsabilmente svelati tutti i pericoli»

«Vista la gravità della situazione, il prossimo incontro con il Governo deve essere supportato, come sosteniamo da tempo, da una mobilitazione straordinaria di tutti i lavoratori della zona e dei cittadini, perché la posta in gioco è la sopravvivenza di tutto il tessuto economico-sociale della Val di Cornia. Noi, nel nostro piccolo, saremo in prima fila. I sindaci della zona possono giocare un ruolo molto importante; in primis quello di Piombino, che deve scegliere tra gli interessi della città e quelli del maggior partito di governo (locale e nazionale) che sin'ora non ha mostrato di gradire il protagonismo diretto della popolazione, preferendo le illusorie e narcotizzanti narrazioni felici».

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