Il Tirreno

morti in corsia

L’infermiera faccia a faccia col giudice

Alessandro De Gregorio
Un cameraman all’interno dell'ospedale Villamarina (foto Pabar)
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Un cameraman all’interno dell'ospedale Villamarina (foto Pabar)

Fausta Bonino viene sentita in carcere. Il suo avvocato chiederà i domiciliari, ma l’ordinanza del gip parla chiaro

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PIOMBINO. Per la prima volta, lunedì 4 aprile Fausta Bonino si incontrerà con il giudice che l’ha mandata in carcere. E’ fissato alle 10 nel carcere Don Bosco di Pisa l’interrogatorio di garanzia dell’infermiera di 55 anni arrestata giovedì e accusata di aver ucciso, dal gennaio 2014 al settembre 2015, tredici pazienti ricoverati nel reparto di rianimazione di Villamarina, dove lei lavorava. Uccisi quasi tutti somministrando loro un anticoagulante, l’eparina.

Alla presenza del pubblico ministero Massimo Mannucci e del difensore della donna, l’avvocato Cesarina Barghini, l’infermiera verrà dunque sentita dal giudice delle indagini preliminari Antonio Pirato.

La linea adottata per lei dal suo difensore è nota: l’avvocato sostiene con forza l’innocenza dell’infermiera (e continua a parlare di un killer ancora in libertà), preannuncia che Bonino risponderà alle domande del giudice e ripete che ne chiederà la scarcerazione. Assai improbabile, per non dire impossibile, che la misura cautelare del carcere venga ridotta e sostituita con gli arresti domiciliari dallo stesso giudice che l’ha disposta.

Il gip Pirato su 23 pagine dell’ordinanza ne ha riempite due per motivare la propria decisione con il pericolo di reiterazione del reato ma anche quello di inquinamento probatorio: «L’ostilità con cui la Bonino si pone rispetto alle richieste collaborative della polizia giudiziaria - scrive il gip - fingendo di non essere a conoscenza di alcuni aspetti rilevanti della vicenda, e il continuo monitoraggio dell’attività di indagine mediante le informazioni acquisite dalle colleghe del reparto cercando, a volte persino con atteggiamenti volutamente sarcastici, di convincerle della propria estraneità ai fatti, onde carpire indirettamente una loro “collaborazione”, dimostrano la sussistenza anche di un concreto, attuale e rilevante pericolo di inquinamento probatorio».

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Il gip parla di esigenze cautelari che non possono essere salvaguardate con la sola detenzione domiciliare perché «anche la personalità dell’indagata denota uno spessore e una pervicacia assolutamente allarmanti che possono esplicarsi anche al di fuori dell’ambiente professionale».

Per uscire dal carcere, insomma, Bonino sembra avere una sola possibilità: dimostrare che è innocente.
Sarà comunque un percorso molto lungo. Le indagini del Nas non sono ancora concluse e gli accertamenti proseguono su più fronti.

Intanto, bisogna escludere con assoluta certezza che ci siano stati altri casi di morti sospette. Le famiglie di persone decedute in quel reparto ma non comprese nell’elenco degli investigatori continuano a rivolgersi agli avvocati. Tre allo studio Napoleoni, di cui si è già detto. Altre due famiglie hanno fatto altrettanto con l’avvocato Franco Balestrieri. Altre direttamente ai Nas. L’Asl comunica di non aver ancora ricevuto la richiesta di cartelle cliniche. Ma gli investigatori prendono comunque informazioni.

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Poi ci sarà il capitolo delle consulenze tecniche. Perché, almeno stando a quanto risulta dagli atti, l’indagine si è basata sulle cartelle cliniche.

E infine c’è da chiarire un altro eventuale livello di responsabilità. Come abbiamo scritto ieri, dal laboratorio di analisi la prima segnalazione partì nel gennaio 2014, dopo la morte per emorragia del primo dei tredici pazienti in questione. In quella segnalazione “informale” ovviamente non si attribuivano colpe, non si pensava certo a un omicidio, ma si faceva notare come certi valori non tornassero. Un allarme che a quanto pare non fu preso in considerazione se non dopo un anno, dopo altri decessi più o meno simili e dopo un avvicendamento ai vertici del reparto. E ora, anche su questo aspetto, si dovrà fare assoluta chiarezza.

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