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«Con i nuovi confini marini tornano sotto i petrolieri»
Mazzantini: «Senza quorum al referendum si riaprirebbero le porte alle perforazioni» Ma il sottosegretario Velo minimizza: «L’accordo di Caen è fatto per difendere il mare»
PORTOFERRAIO. «La delimitazione dei confini marittimi tra Italia e Francia appena stabilita fra i due Paesi con l’accordo di Caen ci autorizza a nutrire alcuni sospetti. Il rischio sta in un baratto tra pesce e petrolio».
Umberto Mazzantini, responsabile di Legambiente delle Isole minori d’Italia, mette gli ambientalisti e non solo in preallarme.
«Perché è stato sottoscritto questo accordo? Cosa nasconde nelle pieghe del trattato?», si domanda ancora il dirigente ambientalista. Non è che all’improvviso è cresciuto l’interesse su ciò che si trova al di sotto dei fondali marini?
E torna alla memoria un vecchio rilevamento che la multinazionale del petrolio australiana, la Key Petroleum ltd, compì nel 2010, con dei carotaggi attraverso i quali furono individuati diversi interessanti giacimenti, nel tratto compreso fra Pianosa e Montecristo. Quindi, a poco più di 25 miglia dall’Elba, furono scoperti depositi di gas e petrolio.
E la stessa società aveva inoltrato al Governo di allora la richiesta di perforare, per iniziare lo sfruttamento del filone. La richiesta però non ebbe seguito, anche per la forte la reazione degli ambientalisti e il determinante intervento di Goletta Verde, che inferse un colpo mortale al progetto.
A chiudere la partita ci pensò l’allora ministro Stefania Prestigiacomo. La quale fermò i carotaggi, e allontanò gli interessi della multinazionale australiana dai mari dell’arcipelago. Ma solo per poco.
Infatti nel 2014 la compagnia australiana si rifece avanti, chiedendo di poter trivellare. Ma il presidente della Regione, Enrico Rossi, disse no.
«Ora però il discorso potrebbe riaprirsi - dice Umberto Mazzantini - Con la firma dell’accordo di Caen, l’Italia infatti cede alla Francia alcune zone di mare, che come ci dicono i pescatori è molto pescoso, ma invece mantiene le zone che sono particolarmente interessanti per le compagnie petrolifere».
«Qui qualcosa non torna più – prosegue Mazzantini – e il sospetto è davvero forte, alla luce anche del fatto che tra poco, esattamente il 17 aprile, si terrà il referendum con il quale gli italiani saranno chiamati a decidere se vietare oppure no le concessioni di trivellazione già in essere o richieste, per i giacimenti di gas naturali e petroliferi rilevati entro le 12 miglia. Ho ragione di sospettare che in Italia ci sia tutto l’interesse a non far raggiungere il quorum dei votanti perché il referendum non sia ritenuto valido. Se si dovesse prospettare un simile scenario - continua Mazzantini - ritornerebbero in gioco le richieste di perforazione dei nostri fondali marini, con incalcolabili danni per il turismo delle isole minori e per l’habitat marino del Santuario dei cetacei».
Un quadro preoccupante, dunque. Ma a ridimensionare le preoccupazioni prova Silvia Velo, sottosegretario al ministero dell’Ambiente. «Nessun regalo o svendita del mare italiano alla Francia - rassicura - Ma un accordo che non muta l’estensione delle acque territoriali. Quello che voglio evidenziare è il significato dell’accordo di Caen, ancora da sottoporre a ratifica parlamentare, sotto il profilo ambientale, soprattutto la Direttiva quadro sulla strategia marina che prevede il raggiungimento del buono stato ambientale delle nostre acque entro il 2020. Una rapida ratifica del Parlamento - conclude - avrebbe un riflesso positivo per le politiche di protezione del nostro mare».
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