Il presidio
Baratti, Populonia e i secoli di storia travolti dall'acqua
Il golfo è una distesa di fango: "Tanti discorsi, ma ci hanno lasciati soli"
PIOMBINO. È come se Populonia fosse venuta giù. Ha retto il Castello, ha retto la torre. Ma la macchia ha riversato su Baratti tonnellate di acqua, fango, pietre, rami. Ogni viottolo, ogni stradello, ogni sentiero a cominciare dalla Romanella, mercoledì si è trasformato nel letto di altrettanti torrenti in piena che si sono sfogati solo in mare. Baratti, golfo ricco di storia e di magia.
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Un luogo dell’anima, tra i più amati dai piombinesi. E non solo. Siamo qui il giorno dopo il nubifragio che ha devastato la Val di Cornia. È mattina, il cielo è plumbeo. A Piombino è in corso una grandinata record. Una maxi tromba marina gira al largo dell’Elba. Ci mancano solo le locuste bibliche. Qui piove, smette, ricomincia. Ma non con l’intensità del giorno prima.
Ci fermiamo all’altezza del primo parcheggio. La strada è transennata, in un punto è sprofondata, l’asfalto sbriciolato. Sotto, scorre ancora acqua. A destra, il pratone non è più un lago ma la terra è fradicia. Un grosso pino è appena caduto. È come un gigante buono, morto dopo aver servito generazioni e generazioni di piombinesi e turisti. In pineta ne sono crollati altri, di alberi. Piazza dei Villini in fondo se l’è cavata. A parte il muro e la scalinata sotto la Perla, finiti a pezzi sulla spiaggia. La devastazione vera è più avanti. Oltrepassiamo le lastre spaccate della strada. A piedi. Sul bagnato, poi nel fango. Siamo alla fontina di San Cerbone.
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Costeggiamo gli scavi archeologici, gli ultimi, in riva al mare. Qui fino a qualche settimana fa gli studiosi scavavano con i cucchiaini. Ora è tutto coperto da oltre un metro di terra, pietre, detriti vari. La chiesina da poco restaurata è scampata alla furia delle acque.
Una buona notizia. Sulla sinistra c’è un locale amato dai ragazzi, luogo di drink e concerti, la Baracchina. Bernardo Balducci spala fango, in mezzo al fango, coperto di fango. Spala e sorride, perché «mi è andata bene, il locale è ancora in piedi e l’acqua non è entrata dentro». Lì di fronte ci sono le panchine, quelle dove d’estate ci si riposa, si amoreggia al tramonto o si attende di notte una “toccata” delle spigole (che qui si chiamano ragni) con la lenza in mano. Ora, sopra e intorno a quelle panchine c’è di tutto. Lo schiaffo di acqua, terra e pietre è stato violento come mai prima d’ora.
Ancora avanti e siamo alla Pergola. Qui ieri uno dei torrenti più impetuosi sfogava tutta la propria rabbia. Ora si vedono le conseguenze. Il ristorante è chiuso, fuori le ruspe stanno togliendo tutto il fango che possono. «Quanto ci vorrà? Almeno una settimana solo per ripulire qua davanti» dice un operaio. Altri due passi e siamo al porticciolo. Sono almeno dieci le barche affondate. Tre sono state già recuperate. Prima di passare alle altre c’è da togliere un cassonetto. Anche quello è finito in mare. Nico ha un cappello da cowboy, le mutande e l’acqua fino alle ginocchia. Imbraca il cassonetto con una cima mentre Andrea coordina gli altri, prima di salire sul suo pickup e tirare via quel coso dal mare. Per farlo, Andrea balla pericolosamente sulle lastre di asfalto divelte.
Andrea Magri “il barcaiolo” è un punto di riferimento, qui a Baratti. Un cavernicolo burbero con un cuore così. «Siamo un po’ soli - dice con un filo di rabbia - perché, a parte i tanti discorsi, ieri sono venuti i vigili del fuoco ma poi non si è più visto nessuno. Tocca arrangiarci».
E loro si arrangiano. È gente di mare, liscosa ma generosa. Gente che la solidarietà ce l’ha montata di serie. Là intorno le ruspe continuano a smuovere terra e sassi. Più a monte, si cerca anche di creare una viabilità alternativa per i mezzi pesanti. Alcuni operai riparano la conduttura dell’acqua per Populonia. Andrea ci fa salire sul pickup e andiamo su, verso il Castello.
Alla curvona, la Romanella (l’antica strada nel bosco che conduce all’acropoli) è trasformata nell’alveo di un fiume. Sembra un grosso buco nella macchia. Quel buco ieri ha sputato di tutto. Sulla strada sono rimasti sassi e rami. Ai lati, alberi crollati. Anche piante secolari. Si vedono i segni delle frane. Sembrano enormi smagliature. La rete dei cinghiali è distrutta. La strada non è sicura, ci sono crepe qua e là ma soprattutto è scavata ai fianchi: anche lì l’acqua ha lavorato con violenza. In alcuni punti ci sono delle voragini. Un grosso pino sembra sul punto di cadere. Se si rovescia quello, addio: le radici possono far saltare in aria un pezzo di strada. Meglio non fermarsi. Man mano che si sale, osserviamo le antiche mura dell’acropoli. Sono gonfie, piene di acqua. Molte pietre sono rotolate giù.
Dal Belvedere, un’occhiata al panorama. Dietro al golfo, ancora più grande si estende un lago che prima non c’era. E non doveva esserci. È Montegemoli. Campi coltivati e capannoni. Tutto sott’acqua. Andrea riceve una chiamata. Bisogna correre giù. Baratti non ha tempo da perdere. C’è da lavorare, e parecchio, per tornare a far battere il cuore di uno dei luoghi più antichi e amati. Un cuore che ora è in affanno.
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