Il Tirreno

LA PAROLA AI LETTORI

bus scolastico Le mie figlie piccole lasciate a piedi Facendo parte di quella cittadinanza situata alla periferia della città, quella abbandonata da ogni genere di servizi o di richiesta, quella dove...

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bus scolastico

Le mie figlie piccole

lasciate a piedi

Facendo parte di quella cittadinanza situata alla periferia della città, quella abbandonata da ogni genere di servizi o di richiesta, quella dove si deve risparmiare più di altre parti, voglio sollevare e mettere a conoscenza (per la sicurezza e la tranquillità delle mie figlie) un problema ed episodi che si sono verificati nei primi giorni di scuola, con un orario provvisorio dell’istituto e in previsione di cosa succederà per tutto l’anno in corso in merito ai servizi di trasporto scolastici. Mia figlia, di 11 anni, è stata lasciata ripetutamente a piedi dagli autobus che fanno servizio dal villaggio scolastico al luogo dove la mia bambina deve scendere per arrivare a casa.

All'inizio era un problema di coincidenze fra il pullman di linea che arrivava dai Diaccioni e il pullman extraurbano per il ritorno. Dopo una serie di telefonate e di arrabbiature è stato risolto il problema della coincidenza, ma è subentrato il problema dell’affollamento dell’autobus extraurbano. Si tratta dell’unico dei tre in partenza dal villaggio scolastico che passa dalle mie parti. Quindi, avendo pagato un abbonamento annuale in anticipo per non lasciare mia figlia in mezzo a una strada transitata e non immune dall'essere avvicinata, mi sono recava a riprendermela. Non trovo giusto, un po’ perché si tratta di mia figlia e un po’ per i modi, lasciare una bimba di 11 anni sola per strada, quando ai genitori a casa hanno garantito un servizio di trasporto scolastico.

Si è verificato un altro episodio che vede protagonista la mia figlia più piccola di 6 anni. Anche a lei, avendo un orario provvisorio in prima elementare, è capitato che un sabato mattina l'autobus non è passata a prenderla. E così sono andata io a scuola a portare la bimba, ho incontrato l’autista al quale ho chiesto spiegazioni. E lui, prima ha affermato di essere passato dalla mia fermata, ma senza sapere che io mi trovavo sulla strada, vicino alla palina dove lui ometteva passando dalla strada di sopra. Così, smentita la sua affermazione, ha chiesto a me il percorso da fare per raggiungere la mia fermata.

Tengo a precisare che la palina davanti a casa mia è lì da otto anni, dai tempi della materna della figlia di 11 anni, che adesso frequenta le medie e dove per tutto questo tempo hanno transitato autobus per andate e ritorni.

In tutto questo fiume di parole vorrei solo sapere se tutto questo rappresenta una normale amministrazione, quando si parla di minori, di cittadini e di consumatori.

Valeria Cocco

Il ricordo

Cancogni, un incontro

indimenticabile

I miei numi tutelari, coloro che per primi e sempre mi hanno incoraggiata e sostenuta nella scrittura, sono stati Franca e Manlio Cancogni e Pietro Citati.

Fu Franca, sorella di Manlio e grande scrittrice e traduttrice di talento e per me quasi seconda madre, a leggere i miei racconti, a esortarmi a scrivere e a passarli poi, a mia insaputa, al fratello.

Non conoscevo Manlio (se non attraverso i suoi romanzi) quando mi telefonò, alla fine degli anni ’80, e con quella sua voce sottile, alta, un po’ imperiosa e aspra, mi disse senza tanti preamboli di aver letto i miei racconti, di averli trovati interessanti e di volerne passare subito uno alla rivista “Eba d’Arno”. Fu una telefonata breve ma per me memorabile.

Il racconto uscì, e qualche anno dopo, uscì la mia prima raccolta che prende titolo proprio da quel primo racconto pubblicato, “Tanti posti vuoti”. Manlio si offrì spontaneamente di scriverne la prefazione.

Andai a trovarlo nella sua casa di Marina di Pietrasanta, dove viveva con la moglie, in una sorta di apparente ritiro. La casa, semplice, e disordinatamente vissuta, era animata dall’esuberanza di libri, faldoni, giornali, mobili di vimini e piante. La conversazione fu per me una sorta di lezione fondante: in un momento (i primi anni ’90) in cui i giovani scrittori italiani iniziavano ad alzare la voce e a prendere posizione protestando per la mancanza di visibilità, sgomitando fra salotti e talk show televisivi, Manlio mi apparve come una solida ancora.

Lungi dall’isolarsi dal mondo (faceva la spola fra la Versilia e gli Stati Uniti, dove aveva insegnato a lungo e non si sottraeva alle interviste), mi fece capire con i suoi racconti, con il suo stile di vita, con l’amore per ciò che conta e non per ciò che ti dicono che deve contare, quanto fosse giusto essere fedeli solo a a se stessi, sia nel modo di vivere che di scrivere. Manlio Cancogni era caustico, impietoso, talvolta feroce, ma estremamente curioso. E la sua curiosità aveva un che d’infantile, che ben si mescolava al tono quasi bizzoso con cui prendeva posizione per ciò che amava, oppure odiava. Fu impietoso anche con me, naturalmente.

Qualche settimana dopo, tornata a Roma, mi giunse per posta la sua prefazione a “Tanti posti vuoti”. Era scritta con la sua vecchia Olivetti, su fogli di carta sottile, alcune delle lettere erano state impresse dai tasti con tanta forza da bucare il foglio e qua e là c’erano delle correzioni e aggiunte fatte a mano con la penna biro e con una scrittura appena appena incerta.

Lessi quasi trattenendo il fiato ciò che aveva scritto. Era ben più di quanto mi aspettassi. E terminava facendo cenno, proprio lui, così accanitamente laico e aconfessionale per buona parte della sua esistenza, al valore - anche nella scrittura - della carità.

Chiara Tozzi

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