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«Per la nostra immagine questa è una catastrofe»
L'affaire Rebrab preoccupa l'Algeria
PIOMBINO."L'affaire Rebrab è una catastrofe per la nostra immagine". Lo ammette una fonte governativa algerina come riferisce l’agenzia Tsa (Tout sur l’Algérie) a proposito della guerra mediatica che si è scatenata tra Issad Rebrab e l’esecutivo del suo Paese.
Il botta e risposta tra il ministro dell’industria e delle miniere Abdesslam Bouchouareb (che aveva accusato Rebrab di aver truffato lo Stato attraverso l’acquisizione della francese Brandt, trasferendo illegalmente valuta estera per acquistare a costi gonfiati macchinari usati per lo stabilimento di Setif) e lo stesso Rebrab (che dal Brasile aveva parlato di un mandato di arresto emesso nei suoi confronti) continuano a tenere banco su tutti i giornali algerini.
E non basta che la notizia dell’arresto sia stata smentita sia dal ministro delle Comunicazioni Hamid Grine («Non c’è alcun mandato d’arresto»), sia dal generale Abdelghani Hamel, direttore generale della Dgsn, la polizia algerina («Rebrab può rientrare e uscire come vuole»).
La stessa Tsa pone l’accento sulla celerità delle smentite: «Il potere - scrive l’agenzia - è perfettamente consapevole che la situazione è assolutamente catastrofica per la sua immagine e quella del Paese. Il licenziamento del generale Toufik (Mohammed “Toufik” Mediene, che per decenni ha guidato i servizi segreti e la repressione algerina, ndr) e la ristrutturazione del Drs (il dipartimento per le informazioni e la sicurezza, ndr) erano stati presentati come un modo per sbarazzarsi di un potere parallelo opaco e discutibile. In questi mesi il governo e la maggioranza si sono sforzati di promuovere “uno Stato civile, un potere civile e un’istituzione civile”. Ma ecco che Rebrab, l’imprenditore più influente di Algeria, l’uomo che vale quattro miliardi di dollari, la cui credibilità è sia nazionale che internazionale, annuncia che un potere parallelo e opaco cerca di farlo tacere per aver denunciato i blocchi di cui è stato fatto oggetto».
E secondo parte della stampa i timori di Rebrab sono fondati alla luce non solo della citata conferenza stampa del ministro Bouchouareb, ma anche in ragione di un altro recente arresto: quello del generale Houcine Benhadid (e di suo figlio). Le autorità algerine infatti la scorsa settimana hanno condotto in carcere l’ex comandante dell’ottavo battaglione corazzato, noto per il suo passato di lotta al terrorismo, per una denuncia presentata dal leader del Forum dei capi di impresa algerini (Fce) Ali Haddad. Benhadid, guardacaso, in precedenza aveva lanciato molte accuse contro il presidente della Repubblica Abdelaziz Bouteflika (altro “nemico” di Rebrab), il capo di Stato maggiore dell’esercito Ahmed Gaid Salah e lo stesso Haddad.
Insomma, secondo parte della stampa algerina Rebrab rischia davvero malgrado le smentite ufficiali. Ma soprattutto questa vicenda cade proprio in un momento in cui l’Algeria cerca di attirare gli investitori stranieri, promettendo trasparenza e agevolazioni: il nuovo codice degli investimenti è stato adottato proprio martedì dal consiglio dei ministri.
La situazione in Algeria è complicata da antiche rivalità (come quella tra berberi e arabi) ma anche da un’economia spiccatamente statalista, dai nuovi investimenti nella siderurgia. E dalla corruzione.
Per avere un’idea della situazione si può leggere il passo di un articolo pubblicato ad aprile da Internazionale e firmato da Bernard Guetta, giornalista francese esperto di politica internazionale: «L’Algeria non sa più dove sta andando. I militari che governano dall’indipendenza invecchiano sempre di più, mentre il presidente Bouteflika, insediato dall’esercito nel 1999 e fortemente limitato da un ictus, governa soltanto a intermittenza. Il Paese intanto continua a sprofondare nella sclerosi e nell’immobilismo».
«I vertici del potere algerino sono corrotti - scrive Guetta - ma in fondo lo è tutto il Paese, dalle forze dell’ordine ai cittadini comuni che vendono la propria rassegnazione in cambio di sovvenzioni e aumenti di stipendio. Finora i redditi derivati dal petrolio hanno mantenuto questo meccanismo, ma con il calo del prezzo al barile questa politica è diventata semplicemente folle. Ad Algeri le cose vanno male, ma allo stesso tempo non possiamo dimenticare che questo Paese ha già attraversato il caos (rivolta popolare, ascesa islamista e bagni di sangue) che colpisce oggi il resto del mondo arabo, e per questo potrebbe presto avviarsi sulla via del cambiamento».
Quel cambiamento sul quale, come dicevamo, anche Rebrab ha gettato un’ombra.
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