Meteo
«Vogliono arrestarmi per farmi tacere»
Rebrab accusa dal Brasile, il governo algerino smentisce. Tutto alla vigilia dell’incontro a Roma coi sindacati sulla questione Aferpi
PIOMBINO. Una bomba lanciata alla vigilia di un appuntamento importante, l’incontro tra Aferpi, i sindacati e il governatore Enrico Rossi in programma giovedì 8 a Roma al ministero dello Sviluppo economico per parlare di tempi, di bonifiche, di energia.
Una bomba “politica”, se così possiamo definirla. A lanciarla stavolta è direttamente Issad Rebrab, presidente di Cevital. «Vogliono arrestarmi per farmi tacere» dice Rebrab all’agenzia Tsa (Tous sur l’Algérie) accusando direttamente il governo algerino di volergli tappare la bocca. Poche ore dopo, sempre alla Tsa, la smentita dello stesso governo che preannuncia una risposta ufficiale del ministero della Giustizia: «Non vi è alcun mandato di arresto contro il signor Rebrab e tutto ciò che dice è pura invenzione. Se c’è un mandato di cattura, che lo mostri».
Che i rapporti tra Rebrab e il governo algerino fossero tesi lo si sapeva. L’uomo più ricco del suo Paese, l’ottavo in Africa, costretto vent’anni fa a scappare dai terroristi islamici che gli fecero saltare tre stabilimenti, non se l’è mai intesa col presidente-raìs Abdelaziz Bouteflika eletto per quattro volte tra sospetti di brogli. Una situazione complicata dai clan (Rebrab è originario della Cabilia, regione da sempre ostile al raìs) e da un’impostazione molto statalista dell’economia nazionale. Numerosi i progetti bloccati dal governo a Cevital.
Giorni fa il ministro Abdesslam Bouchouareb aveva accusato Rebrab di aver truffato lo Stato attraverso l’acquisizione della francese Brandt, trasferendo illegalmente valuta estera per acquistare macchinari usati per lo stabilimento algerino di pvc, situato a Bordj Bou Arreridj. Macchinari il cui costo dichiarato da Cevital sarebbe stato pari a 5,7 milioni di euro ma che, secondo il ministro, non varrebbero più di due milioni e mezzo. Dal Canada, Rebrab lo aveva sfidato: «Al mio ritorno a metà ottobre, Cevital inviterà tutta la stampa e lo stesso ministro a vedere con i propri occhi i nostri macchinari ultramoderni che stiamo installando nel nostro stabilimento a Setif», in Algeria.
Le accuse di Bouchouareb peraltro avevano suscitato una timida reazione delle opposizioni, ma sembrava che fosse finita lì. Si attendeva questo confronto.
[[atex:gelocal:il-tirreno:piombino:cronaca:1.12176829:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/piombino/cronaca/2015/09/30/news/dal-ministro-algerino-gravi-accuse-a-cevital-1.12176829]]
Mercoledì 7 Rebrab, dal Brasile, ha riacceso la miccia parlando addirittura di un ordine di arresto. O meglio, confermando al giornalista di Tsa che la “voce” di un mandato di arresto era fondata: «Cercano di farmi tacere ma io non lo farò - ha risposto Rebrab - Invece di prendere atto della gravità delle cose agiscono così. Invece di chiamarmi per dialogare e per parlare dei blocchi e dell’avvenire del nostro Paese queste persone cercano di arrestarmi per farmi tacere. Provano a far tacere tutti quelli che criticano».
Rebrab non usa certo giochi di parole: «I governanti attuali sono il più grande pericolo per il nostro Paese. Mi accusano di aver importato macchinari usati per lo stabilimento Brandt di Setif ma è falso, i giornalisti possono andare sul posto per verificare e constatare la menzogna. Possono anche venire nelle nostre fabbriche in Francia», eccetera.
Una querelle che non ci riguarda? Non proprio. C’è un passaggio sui capitali che merita attenzione. Secondo il presidente di Cevital infatti quella del governo algerino «è una scusa per giustificare i blocchi di tutti i nostri progetti e non solo il progetto di Brandt. Già nel 2014, quando abbiamo acquistato Brandt, abbiamo chiesto la possibilità di trasferire i nostri capitali per fare questa acquisizione. Il primo ministro ha rinviato la palla al governatore della Banca centrale e noi non siamo stati autorizzati. Finalmente abbiamo acquistato le azioni per 37,5 milioni di euro. Il Fdse, Fondo per lo sviluppo economico e sociale, ci ha accordato un finanziamento per 47,5 milioni di euro, di cui 37,5 per le azioni e 10 per capitale di esercizio. Il resto lo abbiamo ottenuto da differenti banche francesi. Le banche ci sostengono perché abbiamo attivi che garantiscono i prestiti. Non abbiamo fatto uscire un solo dollaro dall’Algeria per questo progetto. Malgrado ciò il signor Sellal (Abdelmalek Sellal, primo ministro algerino, ndr) aveva inviato una lettera a Tracfin (un’agenzia del ministero dell’Economia e delle Finanze, responsabile della lotta contro il contro il denaro sporco, ndr) per chiedergli di indagare su di noi. Gli hanno dovuto rispondere che tutto era trasparente. Perché noi siamo trasparenti. Non è il caso del governo algerino e dei suoi amici che lavorano nell’opacità».
Infine la domanda sul rientro in Algeria: «Adesso sono in Brasile per una missione, almeno fino al 16 ottobre. Una volta che avrò terminato il mio lavoro, vedrò. È evidente che se non avrò rassicurazioni ritarderò il mio ritorno. Non è paura di loro. Di ciò che dico mi assumo la responsabilità. Me la sono sempre assunta. E ho ancora altre rivelazioni da fare».
Come si diceva, poche ore dopo la smentita del governo. Quello algerino.
Sul fronte italiano ancora nessuna posizione ufficiale. Vero è che si sta parlando di rapporti tra un imprenditore e il suo Paese. Ma altrettanto vero è che quell’imprenditore ha firmato un accordo con il Governo italiano per un importante investimento a Piombino. Un investimento per molti aspetti garantito e assistito dallo Stato italiano e che tiene in considerazione anche il mercato algerino. Non sarebbe inopportuno che venissero attivati i canali diplomatici per tentare di riportare un minimo di “serenità”.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
