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Tradizioni familiari e servizi sociali poco accessibili
La responsabile regionale Laura Bini: "Ecco perché le venditrici ambulanti portano i figli al seguito"
FIRENZE. Nessun tentativo di sfruttamento. Le venditrici ambulanti si portano dietro i figli, anche sul mare, «per tradizione, per motivi culturali». E perché «hanno difficoltà di accesso ai servizi». La burocrazia rende quasi impossibile lasciarli a un centro estivo, a un nido. Traccia un quadro chiaro Laura Bini, presidente dell’ordine regionale degli assistenti sociali. Un quadro che combacia con l’esperienza della polizia municipale in buona parte della costa: non ci sono situazioni critiche fra le venditrici da spiaggia, quasi sempre in regola anche con i documenti.
Dottoressa Bini, se non c’è una ragione di “sfruttamento”, perché le venditrici ambulanti si portano i bambini sulla spiaggia, sotto il sole anche per ore?
«Il primo elemento da non dimenticare mai è il legame viscerale fra madre e figlio che esiste in culture diverse dalle nostre, soprattutto se parliamo di donne di colore. Fra madre e bambino piccolo esiste un legame stretto che si manifesta anche in modo fisico, portandosi addosso il figlio».
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Lei parla di un primo elemento: ce ne sono altri?
«Il secondo elemento da considerare, rispetto alla scelta di portarsi dietro i figli, è contingente: le difficoltà di accesso ai servizi per i bambini. Non è che in Toscana non ci siano o siano poco sviluppati i servizi per i bambini piccoli: è che per queste donne è difficoltoso il percorso per arrivarci».
Perché per queste donne è difficile l’accesso ai servizi per i figli?
«Perché noi siamo organizzati in termini troppo burocratizzati. I passaggi per iscrivere un bambino al nido, i documenti da produrre, gli uffici da frequentare sono troppi. Nei loro paesi di origine, il rapporto con lo Stato è più semplice. In Italia la soglia di accesso ai servizi può risultare troppo alta. Mettendo insieme i due elementi - legame culturale coi figli ed eccesso di burocrazia - escluderei la strumentalizzazione dei figli a scopo di vendita».
Come si potrebbe modificare la situazione?
«Rendendo più basse le soglie di accesso ai servizi. Basterebbe rendere i rapporti con le istituzioni meno formali. Ad esempio, si potrebbero portare le donne a vedere i centri estivi: se trovano di gradimento l’ambiente, potrebbero essere invitate a lasciare i figli, mentre lavorano. Si deve dare l’idea di supportarle e non di separarle dal bambino. Mai dare la sensazione di allontanare la madre dai figli».
Esistono progetti mirati?
«I servizi sociali di ogni Comune gestiscono le situazioni in modo diverso. Tuttavia ci sono tentativi di affrontare le questioni non solo in modo burocratico. Un esperimento di successo è stato ad Arezzo coi ricongiungimenti familiari, quasi sempre fra genitori e figli. Sono situazioni molto delicate per le quali agli immigrati sono stati affiancati assistenti sociali oltre ai funzionari della prefettura. Siamo riusciti a vincere la diffidenza che le persone si portano dietro dal passato e a migliorare i processi di integrazione. Processi che si velocizzano quando gli individui non sono lasciati soli a vivere le loro difficoltà».
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