Il Tirreno

Rifiuta il trasferimento in Eritrea: licenziato

di Cristiano Meoni
Un gruppo di lavoratori in un cantiere della Sider a Massawa in Eritrea e un operaio della Siderpiombino al lavoro
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Un gruppo di lavoratori in un cantiere della Sider a Massawa in Eritrea e un operaio della Siderpiombino al lavoro

«Mia moglie lavora, mia figlia è piccola: non posso lasciarle». Il caso di Piombino divide le coscienze

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L’operaio ha una situazione familiare problematica: una bimba piccola, la moglie che lavora, i suoceri che vivono lontano e un genitore, che pure vive vicino, malato e bisognoso di assistenza. Un giorno - maledetto giorno - la sua azienda gli chiede di andare a lavorare fuori da Piombino. Non a Follonica o a Cecina. A Massawa, in Eritrea, un posto pericoloso da dove la gente fugge. Lui rifiuta e l'azienda lo licenzia. Il sindacato insorge, si mobilita persino una voce libera come Adriano Sofri, che ne scrive sul Foglio: «Ha firmato un contratto di lavoro, mica si è arruolato nel battaglione San Marco…». L'azienda prova a difendersi: «Gli abbiamo proposto un compenso extra di 25 euro al giorno e il pagamento di una baby sitter», che poi si rivelerà parziale.

Ecco: c'è tutto in questa storia minima che si svolge all'ombra dell'acciaieria, in un'azienda che si chiama Siderpiombino: c'è l'azienda che per sopravvivere coraggiosamente accetta una lontana ma proficua commessa (70 milioni di euro); c'è l'operaio che sente il bisogno di lavorare ma ancor più quello di non abbandonare la famiglia. C'è il capitale umano e quello meno umano: «Se un operaio, come quello che è stato licenziato, che aveva caratteristiche che lo rendevano necessario sui cantieri, si rifiuta di andare, che dovrebbe fare l'azienda?» spiega l'avvocato della Siderpiombino, Luigi Cappelli.

Il trasferimento in realtà è una trasferta di 45 giorni, ripetibile nel tempo dopo un intervallo in Italia. L'avvocato Cappelli giura che il posto, che gode di pessima fama, non è poi così terribile: «In Eritrea sono stato personalmente cinque volte e l'ho girata notte e giorno, senza avere mai conferma degli allarmi che giungono da stampa e istituzioni».

Eppure da lì, il Corno d'Africa dove i più anziani ricordano ancora qualche parola d'italiano, un fiume di gente fugge, affrontando la traversata nel deserto e l'avventura sui barconi pur di raggiungere l'Europa. E se, come dice Cappelli, un 40 per cento dei dipendenti di Siderpiombino hanno rifiutato la trasferta, un motivo ci sarà. «Un conto è andare a lavorare in Europa, un altro in Eritrea» spiega l'avvocato Fabrizio Callaioli, che assiste l'operaio nella vertenza.

Lui, l'operaio, è rimasto scioccato. «La cosa che mi ha più ferito - spiega - è che l'azienda dopo tutte le mie spiegazioni è andata avanti per la sua strada e dopo vent'anni mi ha buttato fuori per motivi irragionevoli. Certo, altri miei colleghi hanno accettato la trasferta, ma per paura. Alcuni mi hanno espresso solidarietà, altri mi hanno suggerito di provare, però non ho scelta: non posso permettermi di accettare un lavoro così lontano da casa. Mia moglie è sola, mia figlia è piccola, i miei suoceri vivono lontano dall'Italia e uno dei miei genitori, che sta qui a Venturina, è malato e devo assisterlo».

Un operaio che, per stare vicino alla famiglia, ha accettato di perdere il lavoro, in una città dove il lavoro non abbonda: scelta giusta o scellerata, sarà il tempo a dirlo.

Ora ci sarà una vertenza, di cui sentiremo parlare ancora - ieri si è fatta viva la Fiom Cgil regionale. La Siderpiombino ha cercato di venire incontro al lavoratore offrendo 25 euro di compenso al giorno e un contributo per il pagamento di una baby sitter nelle ore in cui la moglie è fuori casa per lavoro. Un'elemosina, secondo l'avvocato del lavoratore: «Giudicate voi…».

@cristianomeoni

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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