Poletti: studenti, lavorate. Troppi tre mesi di vacanze
«Un mese di riposo basta e avanza, usiamo l’estate per fare formazione». Tanti consensi ma anche critiche: «Sarebbe manodopera a basso costo»
ROMA. Da ragazzi al tempo della scuola il vignettista Sergio Staino lavorava in fabbrica, il governatore Enrico Rossi puliva le sedie e impagliava con il filo di plastica le sdraio, l’assessore all’urbanistica Anna Marson imbottigliava olio di ricino per una ditta che riforniva le farmacie e infine l’ex portavoce del centrodestra in Regione Alessandro Antichi smistava la posta nell’ufficio postale maremmano di Ribolla.
Loro, gli ex studenti che d’estate facevano dei lavoretti per esperienza formativa o per necessità, plaudono alle parole del ministro del Lavoro Giuliano Poletti che, ad un convegno a Firenze sui fondi sociali europei, ha detto: «Un mese di vacanza va bene. Ma non c'è un obbligo di farne tre. Magari uno potrebbe essere passato a fare formazione. Una discussione che va affrontata. I miei figli d'estate sono sempre andati al magazzino della frutta a spostare le casse. Sono venuti su normali, non sono speciali».
Per il ministro Poletti è fondamentale che fin dagli anni della scuola i giovani abbiano una qualche relazione con il lavoro: «Anche noi genitori, la società, dobbiamo riconsiderare il tema del lavoro e le giovani generazioni. Un mese di vacanza va bene, un mese e mezzo ma non c'è un obbligo di farne tre. Magari uno potrebbe essere passato a fare formazione. Una discussione che va affrontata». Secondo il ministro, insomma, non si distruggerebbe un ragazzino se invece «di stare a spasso per le strade della città va a fare quattro ore di lavoro».
Eh sì, ha proprio ragione il ministro Poletti, osservano Rossi e Staino. «Ogni forma di incontro tra giovani e lavoro è altamente proficua. Io entrai in fabbrica a 13 anni ed è stata l’esperienza formativa di gran lunga più importante. A 16 anni tornai a scuola con gran profitto».
Se oggi non è più così come ai tempi di Staino e Rossi è anche per colpa dei genitori, fa autocritica il governatore: «Una volta era normale lavorare e aiutare in casa. Poi noi una volta genitori con i nostri figli ci siamo bevuti il cervello». Anche se la Marson è meno drastica e sottolinea che «quando si è ragazzi serve anche del tempo libero. Sono gli anni fondamentali dell’apprendimento».
Plaudono al ministro anche i presidi. «Da anni, più o meno dai primi anni '90, noi presidi chiediamo che ci siano piani intelligenti per l'utilizzo della risorsa scuola durante l'estate», spiega Mario Rusconi, vicepresidente dell’Anp, l’associazione nazionale presidi.E critica: finora solo chiacchere. Ministro Poletti - conclude Rusconi-: «Ecco vorrei che alle chiacchere seguissero i fatti, altrimenti tra 20 anni saremo ancora qui a ripeterci le stesse cose».
Ma c’è anche chi è critico con la proposta di Poletti. Il Codacons, ad esempio: «Ci chiediamo se Poletti sia a conoscenza dei dati sulla disoccupazione giovanile, che in Italia ha raggiunto il 41,2%», osserva il presidente dell’associazione consumatori Carlo Rienzi.E critici lo sono sopratutto loro, gli studenti.
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«A me piace lavorare, ma quando mi chiama un’agenzia per fare dei lavoretti mi pagano pochissimo e a tre-quattro mesi», racconta la liceale Erica Amedei. Mentre Alberto Irone, portavoce della rete degli studenti medi aggiunge: «Gli studenti debbono essere liberi di costruire il proprio percorso scolastico senza essere costretti a lavorare privati di qualsiasi tutela per garantire manodopera stagionale a basso costo».
La strada, tenta di conciliare le diverse posizioni l’assessore regionale alla scuola Emmanuele Bobbio (che da ragazzo consegnava pizze), è quella di stabilire seri programmi scolastici in cui «gli studenti siano aiutati ad avvicinarsi al mondo del lavoro».Progetti, non sfruttamento del lavoro degli studenti. «Perché il lavoro aiuta a crescere», conclude Bobbio.
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