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L’economia del mare innesca la ripresa
Le società sono convinte che qui ci siano le condizioni per puntare, ognuno nel suo settore, a grandi affari, a un nuovo sviluppo
PIOMBINO. Nei giorni della disperazione, quelli di agosto, quando dopo lo stop all’altoforno era svanita anche l’illusione di avere un po’ di lavoro con la Concordia da smantellare, in una città sgangherata dalla crisi Lucchini pochi credevano che sarebbe arrivato un giorno come questo. Dove gli annunci, i progetti, le promesse di una ripresa, trovano finalmente il cemento necessario a diventare prospettiva concreta: facce di gente che rappresenta società importanti, vere eccellenze, che tirano fuori date, numeri, spiegando di aver scelto Piombino, il suo porto, per investire. Società convinte che qui ci siano le condizioni per puntare, ognuno nel suo settore, a grandi affari, a un nuovo sviluppo: oltre 400 posti di lavoro, se non di più una volta che le varie attività saranno a regime, con la rottamazione delle navi e l’assemblaggio dei grandi moduli industriali per l’energia.
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Può essere solo l’inizio di una nuova pagina dell’economia locale. E rappresenta certo una rivincita per le sofferenze e i sacrifici dei piombinesi e per chi ha lavorato tanto per ottenere imponenti investimenti pubblici su Piombino, 250 milioni tra Governo e Regione, 120 solo per il porto: non soldi regalati a pioggia finalizzati esclusivamente a evitare il disastro sociale, ma finanziamenti mirati a creare le condizioni di contesto indispensabili per attirare nuove imprese.
Un paio di mesi prima di quei giorni, quelli della disperazione appunto, mentre si spegneva l’altoforno e con Jindal l’unica prospettiva pareva quella di trasformare lo stabilimento Lucchini in un semplice laminatoio, in molti ritenevano che i soldi pubblici spesi nel porto sarebbero stati l’ennesimo spreco. A contrastare questa tesi c’era il lavoro politico del presidente Enrico Rossi, dell’ex sindaco Gianni Anselmi, del commissario dell’Autorità portuale, Luciano Guerrieri.
Rossi riuscì ad esempio a far inserire nell’Accordo di programma l’impegno sottoscritto dal ministro Roberta Pinotti, a indirizzare a Piombino 38 navi militari da smantellare, una volta realizzato il polo di rottamazione. Anselmi e Guerrieri, ben prima del no definitivo alla Concordia a Piombino, confidavano a taccuini chiusi che in fondo la Concordia era solo un cavallo di Troia, per strappare al governo l’impegno a finanziare i lavori per il porto. Perché se la Concordia fosse arrivata sarebbe stato un bene, certo, ma quel che contava era realizzare un porto moderno e competitivo.
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La conferma di questa tesi arriva non solo dallo sbarco a Piombino di Saipem, San Giorgio, Fratelli Neri e General Electric, e dagli altri affari su cui sta lavorando l’Autorità portuale. Solmine, Dalmine solo per fare due esempi industriali, o le compagnie di navigazione che scelgono Piombino per le crociere. Ma anche dalla svolta che gli investimenti sul porto hanno imposto alla vicenda Lucchini: Issad Rebrab, patron di Cevital, al suo arrivo in ottobre, prima di vincere la concorrenza di Jindal, non fece mistero che era stato il porto ad accendere il suo interesse, per la possibilità di produrre acciaio, avendo allo stesso tempo a disposizione grandi aree per lo sviluppo del settore agroalimentare e per la logistica, con la prospettiva di fare di Piombino il centro di imponenti traffici nel Mediterraneo.
Ecco, a Rebrab, che ha il denaro e lo spirito imprenditoriale per affrontare un’impresa così difficile, oggi viene naturale chiedere di dimostrare coi fatti le sue intenzioni. Uscendo rapidamente dalla fase delle incertezze, con un piano industriale moderno, che sappia portare profitti ma anche aiutare la città a girare pagina.
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