Il presidio
Caso Brassard, 70 anni fa lo sbarco alleato
Alle 4 di notte le navi presero il golfo di Campo La libertà al prezzo di morti, rancori e violenze
CAMPO NELL’ELBA. Settant’anni fa, ore 4 di notte. Le navi alleate sono arrivate nel golfo di Marina di Campo, pronte per liberare l’Elba dall’occupazione nazifascista. L’avanzata degli americani in Italia è ormai inarrestabile: le truppe di terra hanno ormai espugnato Roma e sono alle porte di Grosseto. Prendere l’Elba, per loro, significa controllare il canale di Piombino.
Così, il 17 giugno del 1944, prende il via l’operazione Brassard. Lo sbarco è velocissimo, ma la spiaggia di Marina di Campo è in parte minata. Gli Alleati, servendosi dei soldati senegalesi strappati dalle colonie per combattere una guerra non loro, perdono in pochi minuti cinquecento uomini.
I “tirailleurs”, così sono soprannominati i soldati africani, saltano uno ad uno sopra le mine piazzate dai tedeschi. Si racconta siano drogati, visto che vengono usati come carne da macello. «Del primo battaglione sono sopravvissuti solo in sette», racconta il campese Celestino Mazzei, che non dimentica quei concitati momenti.
Lo sbarco avviene dove ci sono oggi gli ombrelloni dello stabilimento Iselba, nella Marina di Campo più turistica e balneare. Il territorio comunale, a partire dalla chiesa di San Mamiliano e fino alla Foce, è totalmente minato. In paese, invece, non vi sarebbero insidie. Forse gli Alleati, avendo scelto il luogo meno adatto per dare avvio all’invasione, sono stati vittime del controspionaggio. Ma le perdite umane colpiscono per lo più i senegalesi. I francesi, infatti, cantando la Marsigliese, sbarcano sulla spiaggia di Fonza insieme al resto delle truppe. Nel mentre, dalle postazioni militari tedesche sparse sull’isola, piovono centinaia di cannonate, tutte dirette nel golfo. E gli Alleati, per attaccare i nemici, rispondono con altrettanta forza. «La grandine, in confronto, non è niente – spiega Celestino Mazzei – e in quei giorni gli Alleati avevano sicuramente impiegato dei fumogeni, dato che a cinque metri di distanza non si vedeva più niente».
Gli elbani, nel mentre, si nascondono. «Abito e abitavo in località Bonalaccia – racconta Mazzei – e quella mattina mi sono nascosto per ore in un fossato fra due campi coltivati». L’Elba viene liberata in 2-3 giorni. I corpi dei senegalesi, sfigurati o mutilati dalle bombe, vengono sepolti in un cimitero di guerra.
I soldati tedeschi sono uccisi o fatti prigionieri. Ma anche molti italiani perdono la vita. I numeri del massacro – che in Toscana è poco conosciuto rispetto ad altri, ma è stato di inaudita violenza – parlano chiaro: mille militari alleati morti in battaglia, 700 tedeschi caduti e 11 elbani uccisi. Ma i senegalesi rimasti vivi, godendo di 24-48 ore premio, hanno compiuto altrettante ferocie: 191 donne stuprate e 80 tentate violenze, di cui una contro un bambino. Lo rivela un documento del Comando generale dell'Arma dei carabinieri, che racconta anche di furti per milioni di lire, di uffici e caserme depredate, case incendiate e 33.587 litri di vino rubati. «I tirailleurs sfondavano le porte delle case e, se non trovavano le donne, si attaccavano alle botti dei contadini – racconta Celestino Mazzei – bevendo a più non posso. Molti di loro svenivano a terra ubriachi. Noi cercavamo di far scappare le ragazze verso Marciana o Poggio, visto che quella parte di isola era disarmata».
Proprio le atrocità che hanno seguito l’operazione Brassard, a Marina di Campo, rappresentano un nervo ancora scoperto fra la popolazione. Il 2 novembre dell’anno scorso, infatti, l’ex sindaco Vanno Segnini organizzò una sorta di commemorazione. Ma ben presto si ritrovò mezzo paese contro. E la maldestra organizzazione dell’incontro pubblico fu criticata anche da diverse forze politiche, fra cui il Pd dell’attuale primo cittadino Lorenzo Lambardi.
Un incontro per ricordare ciò che accadde 70 anni fa – molto più sobrio – si è tenuto un mese più tardi, nella speranza, oggi, di organizzare una giornata di pacificazione che, in realtà, non avrà luogo. Settant’anni, forse, non sono abbastanza per cancellare il rancore di una pagina nera della storia elbana.
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