Il Tirreno

Morì dopo una caduta, 4 medici indagati

di Alessandro De Gregorio
Morì dopo una caduta, 4 medici indagati

Secondo la Procura all’ospedale persero tempo e non si accorsero dell’emorragia interna causata dalle costole rotte

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PIOMBINO. Era uno sviluppo atteso, considerando l’esito (parziale) dell’autopsia sull’operaio morto dopo essere caduto da un ponteggio. Ieri la polizia, su delega del sostituto procuratore Fiorenza Marrara, ha notificato gli avvisi di garanzia ai medici che presero in cura o comunque ebbero a che fare con Marinel Dracea, il rumeno di 56 anni morto all’ospedale di Villamarina due giorni dopo essersi infortunato in un cantiere alla Vignarca.

Gli indagati dunque ora salgono a sei, dopo le iscrizioni del responsabile del cantiere Valerio Cabaletti e del legale rappresentante della Piombino edilizia, Massimo Ceccanti.

Fra i medici, tre sono del reparto di medicina e chirurgia di Piombino: Alessandro Delvishi (62 anni), Andrea Salvietti (62), Mariachiara Valvo (41). Sono quelli che risultavano in servizio tra le ore 12,30 del 18 dicembre (giorno del ricovero di Dracea) e le 2,30 del 20 dicembre (la notte in cui morì).

Il quarto medico è il dottor Gianfranco Menconi (62), della chirurgia generale di Livorno, destinatario di un avviso “dovuto” in quanto fu quello al quale, da Villamarina, venne chiesta una consulenza per telefono.

Tutti sono indagati in concorso per omicidio colposo.

Al momento ai medici sono stati assegnati avvocati di ufficio. Nei prossimi giorni potrebbero incaricare legali di fiducia e nominare consulenti di parte che svolgano accertamenti sui campioni prelevati al momento dell’autopsia. Durante l’esame autoptico infatti, condotto la vigilia di Natale dal medico legale Damiano Marra, i medici non erano ancora indagati e quindi non avevano avuto la possibilità di far assistere i loro periti. Le conclusioni del dottor Marra non sono state ancora depositate ma, stando alle prime anticipazioni, il decesso dell’operaio fu dovuto alla lesione dei polmoni causata da schegge delle nove costole fratturate. Lesione che, in quelle 38 ore trascorse a Villamarina, produsse un’emorragia interna.

Dracea, sin dal ricovero, cominciò a stare sempre peggio. Ma nessuno a quanto pare eseguì gli accertamenti che gli avrebbero salvato la vita.

L’operaio fu dapprima (il 18) ricoverato nel reparto di breve osservazione del pronto soccorso, il giorno dopo (il 19) fu spostato in chirurgia e tenuto lì in attesa di un trasferimento a Livorno per un intervento di chirurgia toracica. Ma nella notte del 19 morì.

Fu la polizia scientifica, e in particolare l’ispettore capo Valerio Franceschini, a decidere di vederci chiaro. Perché già al momento del ricovero le cose non quadravano. Dracea infatti andò da solo al pronto soccorso, con la sua macchina. Disse di essere caduto in casa da una scala, mentre imbiancava. Non era così. Dopo la sua morte, all’Inps emerse che quello era un infortunio sul lavoro (furono i datori a comunicarlo) e la polizia andò a parlare con la famiglia. Venne fuori la storia. Dracea era caduto, sì, ma da un ponteggio alla Vignarca. Si era fatto male a fine turno, venendo giù da un’altezza modesta. Ma aveva battuto la schiena contro un tubo. All’ospedale mentì, forse per non mettere nei guai i propri datori o forse temendo di perderlo, quel lavoro. Non lo sapremo mai. Fatto sta che raccontò una bugia.

Ma qui, dopo questa bugia, comincia un’altra storia. E cominciano altre responsabilità.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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