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Rischia grosso per una foto in Laos
Pensionato in vacanza accusato di molestie dopo lo scatto a una donna che allattava il figlio
PIOMBINO. Disavventura per un pensionato poco più che sessantenne. Partito insieme a un’altra dozzina di persone per un tour organizzato da un’agenzia del comprensorio in Thailandia e in Laos, l’uomo ha evitato un processo dai tempi e dalle condizioni imprevedibili pagando una somma considerevole.
L’accusa: aver molestato nove donne. Nell’arco di una mezz’ora. Tanto doveva durare la sosta nel villaggio laotiano di Ban Thinkeo, dove il gruppo ha fatto tappa lungo il percorso che conduce alle cascate di Kuang Sì.
Il villaggio, abitato dall’etnia H’Mong, è inserito in un progetto governativo di valorizzazione turistica, con tessuti in cotone e souvenir in mostra nella sequenza di bancarelle che scandisce il tracciato in terra battuta su cui si affacciano le capanne.
Macchina fotografica alla mano, l’uomo ha attraversato il villaggio e davanti a una delle abitazioni ha scattato una foto a una giovane che stava allattando un bambino. Secondo il suo racconto, la ragazza era d’accordo.
Resta il fatto che, al momento di andarsene, il pensionato è stato circondato da un gruppo di persone guidate dal capovillaggio e accompagnato in una delle poche case in muratura costruite lungo strada d’accesso al paese.
Con l’aiuto delle due validissme guide locali, una laotiana e una thailandese, e dall’agente di viaggio che accompagnava il tour, è cominciata una lunga trattativa, mentre al resto del gruppo è stato consigliato di risalire sul pulmino. «Anche perché - dicono alcuni dei partecipanti - i toni non erano dei più tranquilli e uno degli abitanti si mostrava in giro con un moschetto».
«La situazione era complicata. Le accuse si appesantivano minuto dopo minuto. C’erano donne, alla fine sono state addirittura nove, che sostenevano di essere state palpeggiate al seno, e non solo lì. E altri che testimoniavano a loro favore», racconta il rappresentante dell’agenzia.
Che a quel punto ha preferito chiedere l’intervento della polizia turistica.
Dopo oltre un’ora la pattuglia ha raggiunto il villaggio dalla città di Luang Prabang.
I poliziotti hanno ascoltato le versioni di tutti e del turista stesso che ha declinato - e declina - ogni tipo di responsabilità. Senza però avere testimoni in grado di confermare, perché durante la visita al villaggio il gruppo si era sparpagliato e lui si trovava da solo.
L’uomo è stato accompagnato al comando di polizia mentre i suoi compagni di viaggio hanno proseguito le escursioni previste.
Lì, gli è stato tolto il passaporto con l’invito a ripresentarsi l’indomani, insieme alla delegazione del villaggio.
Facile prevedere l’apprensione con cui il pensionato ha trascorso il resto della giornata. E la notte.
Il giorno dopo la polizia ha espresso forti dubbi sulla possibilità che, in un lasso di tempo così circoscritto, il turista potesse aver combinato tutto quel ben di Dio.
Ma gli accusatori si sono mostrati irremovibili. Abbassando, però, la richiesta. E allora, per evitare un processo con modi e tempi sconosciuti, senza testimonianze a favore, col volo di rientro già prenotato per l’indomani, l’uomo ha deciso di pagare.
Una sorta di patteggiamento, insomma. «Tutto per un trabocchetto che mi è stato teso», dice lui stesso, raccontando dei volti soddisfatti e sorridenti dei rappresentanti del villaggio al momento di lasciare il comando di polizia con il denaro.
Oltre a confermare, a prescindere, la necessità della conoscenza degli usi e del rispetto delle persone di cui si è ospiti, la vicenda insegna che è meglio non restare da soli in realtà che non si conoscono.
Massima accortezza, dunque, ma anche una precisazione: durante le due settimane e passa di quella splendida vacanza, di villaggi etnici, turisticizzati e non, il gruppo ne ha toccati diversi. Sia in Thailandia che in Laos. Senza problemi. Giusto per evitare generalizzazioni.
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