Il “motorino” nerazzurro ora correrà tra le nuvole
È morto Duccio Mazzaccherini: aveva 64 anni, era in coma dall’estate 2012 Indimenticato mediano dell’Us Piombino, diventò subito beniamino dei tifosi
PIOMBINO. Lo chiamavano "motorino". Perché in campo non si fermava mai, correva sempre. Per coprire, tamponare, distruggere e impostare gioco, per aiutare e sostenere. Infaticabile e generoso con quella maglia nerazzurra del Piombino che ha davvero onorato negli anni Settanta. Infaticabile e generoso proprio come nella vita. Duccio Mazzaccherini ora non correrà più. Nemmeno con gli amici. Nemmeno con la sua moto Bmw. Magari correrà tra le nuvole, cercando sempre un orizzonte diverso.
Duccio è morto ieri mattina a Cecina, alla residenza sanitaria assistita dove era ricoverato da oltre un anno, in coma. Aveva 64 anni e non aveva più speranze, i medici non sono mai stati capaci neanche di stabilire cosa lo avesse ridotto così, se una meningite o un virus particolare. Si era sentito male in Romania nell'agosto dello scorso anno, durante una trasferta di lavoro. Era rientrato a Piombino, aveva confidato alle persone più intime di non sentirsi bene. «Per noi fu un brutto presagio, perché Duccio non si era mai sentito male o almeno non lo aveva mai ammesso» dice Renzo Cioli, il suo migliore amico, quello che gli è stato accanto fino all'ultimo istante.
Due giorni dopo quel malessere, e dopo essere stato trasferito dall'ospedale di Piombino a quello di Livorno, Duccio sprofondò nel coma. Non vi è mai più uscito. Da alcuni mesi era alla Rsa di Cecina, dove è deceduto ieri mattina.
Ex operaio delle acciaierie, Mazzaccherini lavorava come autista per una ditta di trasporti di Massa Carrara, la Brugioni. Gli piaceva girare l'Europa con il camion, l'unico mezzo che in qualche modo aveva sostituito la moto nel suo cuore. E con la moto aveva davvero visto il mondo. Da solo o con gli amici.
Il Mazzaccherini calciatore esordì nella prima squadra nerazzurra a vent'anni, nel campionato 1969-70 di Promozione. Lui aveva già disputato un campionato col Venturina, sempre in Promozione (a quell'epoca la massima categoria dei dilettanti), il Piombino era appena retrocesso dalla quarta serie. Divenne subito un pilastro della squadra e un idolo dei tifosi, e non solo per l'assiduità in campo (29 presenze solo il primo anno). Rimase a lungo al Magona.
«Aveva un grande senso tattico - ricorda uno dei suoi ex compagni, Luciano Bianchi - buoni piedi e una resistenza bestiale. Correva, correva, pensate che prima di ogni partita andava in campo da solo e si faceva 40 minuti di riscaldamento. Non si fermava mai. Semplice, umile, bella persona. Gli piaceva scherzare. Ricordo che portava gli occhiali e giocava con le lenti a contatto. Immaginatevi le lenti a contatto in quegli anni. Negli spogliatoi tirava fuori un beauty con tutto l'armamentario per mettersi le lenti e noi lo sfottevamo, dicevamo che faceva la star… Di lui ricordo tante cose ma una in particolare: la stretta di mano. Aveva un modo di porgertela schietto e diretto, con la mano tesa e il palmo rivolto verso il basso. Una stretta sincera e leale. Come lui».
I funerali si svolgeranno stamani (alle 10,30) nella chiesa dell'Immacolata .
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