Una via di Piombino in memoria del sindaco ribelle
Sarà intitolata a Luciano Villani, rimosso dopo un discorso in favore degli operai nel 1951 alla ripresa dell’altoforno
PIOMBINO. Già in passato se ne era parlato più volte, ma a ogni proponimento l’intento non era mai giunto in porto.
Adesso, invece, sembra proprio che l’ex sindaco Luciano Villani, primo cittadino di Piombino dal 1946 al 1951 potrà avere una propria via dedicata (più nel dettaglio, il tratto che congiunge via Leonardo da Vinci con piazza Manzoni).
Il procedimento a carico del Comune è infatti in corso e la giunta comunale ha dato mandato al sindaco Gianni Anselmi di richiedere l’autorizzazione specifica al prefetto di Livorno.
A fare il primo passo, però, sono stati circa un anno fa i figli di Villani, Silvano e Claudio, che hanno inviato all’amministrazione una lettera. «Non c’è futuro senza memoria storica» recitava l’esordio della comunicazione, nel corso della quale i due Villani ponevano l’accento sulla difficilissima vicenda del padre, fra i fondatori del Pci nel 1921 e rimasto comunista negli anni a cavallo della guerra: scelta questa che costò a lui e alla famiglia, scrivono i due fratelli, moltissime delusioni e mortificazioni.
Luciano Villani era nato a Montieri nel 1906 col nome di Comunardo, un nome giudicato troppo sovversivo per poter essere mantenuto: la dittatura fascista ne chiese la sostituzione mentre lui, Villani, che lavorava come operaio all’Ilva, si ritrovò senza impiego.
Come iscritto al Pci conobbe la condanna del tribunale fascista e poi il carcere, ma l’impegno civile era per lui una missione alla quale non poteva sottrarsi: nel ’43 fece parte del Comitato di concentrazione antifascista, l’anno dopo fu assessore del sindaco Luigi Terrosi, per essere nominato lui stesso sindaco dal prefetto di Livorno il 6 giugno ’45, a guerra appena terminata, e poi confermato dalle prime elezioni libere del dopoguerra il 31 marzo del 1946 (13.702 voti su 16 mila votanti).
Rimase sindaco per cinque anni, gli anni difficilissimi che precedettero la ricostruzione dalle macerie del conflitto. Proprio quando l’altoforno - nel 1951 - riprese vita, la città salutò l’evento con una grande cerimonia pubblica. Tra i presenti c’erano l’onorevole Giuseppe Togni, ministro dell’Industria, l’onorevole Ugo La Malfa, ministro per la riorganizzazione dell’Iri, e Lucius Dayton, capo della missione Eca (che controllava in Italia il Piano Marshall), ma non i sindacati e le maestranze operaie, contrari alla politica del riarmo.
Villani pronunciò un discorso in favore degli operai, auspicando la stabilità in città, ma le sue parole furono interpretate come offensive nei confronti del ministro. E così, prima da Livorno e poi da Roma, in meno di un mese arrivò la sua sospensione dalla carica (al suo posto venne eletto Ivo Mancini).
«L’inizio di un calvario - ricordano i due fratelli Villani - durato almeno un ventennio. Le aziende private o pubbliche, compresi gli enti locali, non si fecero scappare l’occasione di non aiutare un comunista che forse rappresentava già un uomo politico scomodo, in vista di un ormai prossimo compromesso storico».
Villani nel 1950, del resto, era anche stato designato come rappresentante al Congresso mondiale dei partigiani della pace, che era tenuto a Varsavia).
Da tutto ciò che seguì la famiglia riuscì a risollevarsi solo per tempra e carattere indomito, con la cittadinanza di Piombino che rimase sempre fedele a quel suo sindaco, protestando per la sua sospensione e proponendo scioperi e perfino un appello al Presidente della Repubblica.
Nessun risultato, solo molta amarezza.
Villani scomparve poi nel 1975 all’età di 69 anni.
«Per tutto questo - concludono i Villani - chiediamo un percorso di riabilitazione, perché la memoria storica, non già di mille anni, ma dei nostri padri e dei nostri nonni, possa scuotere le nuove generazioni. Se i giovani di ieri avessero conosciuto questa, come tantissime altre storie del nostro passato recente, non avrebbero avuto alcuna necessità di continui richiami all’unità nazionale e ai valori fondanti della Carta costituzionale».
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