Il Tirreno

Quella Capoliveri che emoziona 50 metri sotto il mare

di Stefano Bramanti
Quella Capoliveri che emoziona 50 metri sotto il mare

Un viaggio tra le gallerie dell’ex miniera del Ginevro e un tuffo nel passato quando si estraeva la magnetite

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CAPOLIVERI. Arrivare a quota -54 metri sotto il livello del mare, percorrendo tortuose ma agevoli gallerie, lunghe circa 7 km. Con sopra la testa, invisibile oltre la penombra del percorso, il promontorio roccioso di Punta Calamita. Emozioni forti, esperienze affascinanti. Stiamo parlando di un’escursione nella ex miniera del Ginevro, mirabilmente descritta da Filippo Boreali nel libro “L'uomo della miniera”, edito da Mondadori. Le sue parole prendono vita durante le escursioni guidate, a una di queste ha partecipato recentemente il viceprefetto Daveti, organizzate dalla società Caput liberum per far conoscere l’ambiente, forse il più particolare dell'isola. Ogni anno circa 10 mila persone si avventurano nel sottosuolo capoliverese.

Ecco cosa si può vedere, partecipando a una di queste escursioni. La guida Alessandra Aprile, una volta raggiunto il cancello d'ingresso, dopo alcuni chilometri di sterrato in auto, apre il grosso lucchetto per l’accesso ai percorsi nel sottosuolo, illuminati da vari punti luce. Un classico tuffo nel passato, per rivivere momenti dell’estrazione della magnetite, il noto ossido di ferro di cui è ricca tuttora la miniera avviata nel dopoguerra e chiusa nel 1981. Un ambiente ancora reale dove pare di poter incontrare un minatore al lavoro o sentire esplodere le mine. La camminata si fa nel fresco, esternamente la temperatura è ancora estiva, mentre all’interno ci sono 18 gradi. «Riceviamo molti gruppi e facciamo parte del Festival del camminare del Parco – ha detto il presidente di Caput liberum Fabio Nuccetelli – disponiamo di guide e a Calamita esiste un piccolo museo e un posto di ristoro».

I visitatori, indossato il casco protettivo, raggiungono il posto di sosta e di cucina, dove si consumava il “convio” del minatore o meglio del cavatore, una specie di pranzo al sacco che le donne preparavano per il loro uomo impegnato per 8 ore di lavoro sotto terra, in mezzo a insidie di frane, esplosioni, che avvenivano al centro della struttura e il minerale cadeva in un grande vuoto fino a quota -54. Là sotto veniva prelevato con i carrelli dai minatori e portato all’esterno per le successive lavorazioni. Tanti i ricordi del duro impegno durato fino agli anni 2000 per la manutenzione di tutto l’apparato, a partire dall’estrazione di acqua che si accumula nelle parti più sotterranee. Poi la scoperta di un’ampia apertura da dove si vede il sole, frutto di una vecchia esplosione accidentale e nel grande cavo volano piccioni di un insolito colore marrone. Lungo il percorso si incontrano vari macchinari ormai arrugginiti, usati per scavare le gallerie di collegamento, poi la ripida discesa a -54, che i normali visitatori non fanno. Esiste ancora un vecchio ascensore per arrivare ai vari livelli di meno – 6, -24 e -54, ora in disuso. Un lavoro massacrante cui si arrivava dopo la scuola per minatori di Rio Marina. Altri tempi di cui oggi ancora esiste una grande testimonianza. Senza dubbio una parte di Elba da vedere, la più originale, pensando che già greci ed etruschi avviarono la lavorazione del ferro prima della nascita di Cristo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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