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Vent’anni senza Pierone Biagi
Il calcio, la politica, gli scherzi: tanti aneddoti, un uomo indimenticabile
SAN VINCENZO. Ce lo ricordiamo passeggiare per le vie di San Vincenzo, con quel suo passo deciso, il fisico aitante, la voce forte e il sorriso sulle labbra, scanzonato. Se lo volevi salutare per dargli la mano, lui aveva pronto il consueto scherzo: finta di dare una stretta, e dito pollice dietro la schiena. E giù risate.
Oggi si commemorano i vent’anni dalla sua scomparsa. Un male incurabile lo ha portato via, a soli 52 anni, in poco tempo, come una raffica di vento. Piero Biagi (padre di Michele, l’attuale sindaco, di Andrea e marito di Gabriella) è stato uno dei personaggi più amati e stimati di San Vincenzo negli anni ’60, ’70 e ’80.
Un sanguigno, un tipo verace e carismatico, pronto a scannarsi sulla politica e sul calcio, per poi invitarti a bere qualcosa, magari allo Zanzibar o in qualche altro locale sul vecchio porticciolo, dove lo vedevi insieme ai suoi rivali politici socialisti, ai democristiani e ad altri.
Sanguigno, sì, e vulcanico, nella vita di tutti i giorni e nel ruolo di allenatore di calcio. Da giocatore era mezzala, e aveva militato nel San Carlo e nel San Vincenzo. Smesse le scarpette chiodate, si era seduto in panchina, allenando per tanti anni il San Vincenzo, il Venturina, il Rosignano e il Donoratico, conquistando varie promozioni.
Piero Biagi a San Vincenzo era un’istituzione. Alla grande passione per il calcio, impressa ormai da anni all’entrata dello stadio sanvincenzino, che reca il suo nome, c’era la grande passione per la politica. Comunista, gran lettore dell’Unità, membro del Pci locale e poi, dal 1985 al 1990, assessore allo sport, al turismo e alla cultura prima sotto il sindaco Loriano Mencarelli e per un anno sotto Carlo Alberto Roventini.
Che i tempi fossero diversi, come detto prima, lo dimostrano i rapporti con coloro che avevano fede politica diversa: si litiga in consiglio comunale, ci si accanisce, ci si scontra duramente, si battono i pugni sul tavolo. Poi, amici come prima. Pare una cosa difficile da immaginare, oggi, anche nelle piccole realtà come San Vincenzo.
Da allenatore era scaramantico. Una volta, prima di una partita, disse a un suo giocatore (politicamente di destra) di cantare “Bandiera rossa” con “L’Unità” sul palmo della mano. Il giocatore lo fece. La squadra vinse. E da lì in poi il poveretto dovette eseguire sempre il solito comico preludio agli incontri.
E poi gli scherzi organizzati da lui, Loriano Mencarelli e altri compagni politici agli altri consiglieri e assessori. In mezzo al suo temperamento vulcanico, trovava spazio la grande generosità, un aspetto caratteristico e tipico di “Pierone”.
A volte arrivava ad anticipare soldi di tasca propria ai privati e alle aziende, per non far loro aspettare troppo tempo per le erogazioni comunali.
Chiunque lo abbia conosciuto, si ricorda di Piero Biagi come un profondo amante della compagnia e del divertimento tra amici, un burlone, di estrema intelligenza e volontà, in una San Vincenzo che aveva ancora i tratti tipici delle storie di don Camillo e Peppone.
Si burlava anche delle squadre avversarie, nel calcio, e rideva col figlio Michele, che giocava a pallone nel San Vincenzo.
“Pierone” aveva idee geniali, per certi versi era un precursore. Chiese alla danzatrice e coreografa Giorgia Macchi di insegnare ai suoi giocatori a ballare «perché – diceva – se i calciatori sapessero ballare, saprebbero fare molto di più». Poi non se ne fece di niente, perché la Macchi in quel periodo abitava a Roma e non aveva tempo per impartire lezioni.
Ma era un burlone anche sul campo. Certe strategie di Pierone erano tutte un programma. Una volta, da allenatore del Donoratico e prima del match clou contro il Follonica, decise di attendere la discesa in campo degli avversari, spiazzati dall’assenza del bomber del Donoratico Cavallini, punta di diamante della squadra. Pierone, negli spogliatoi, aveva chiamato il figlio Michele e Cavallini: «Cavallini, da’ la maglia a Michele». Cavallini restò basito. Pierone fece scendere in campo dieci giocatori, e fece riscaldare il figlio Michele fino quasi a farlo sciogliere come cera al fuoco. Cavallini era in panchina. L’allenatore avversario, vedendo l’assenza di Cavallini, cambiò il proprio undici e mise in campo una squadra d’attacco.
Quando gli avversari erano tutti pronti in mezzo al campo, Piero Biagi chiamò il figlio Michele: «Michele, restituisci la maglia a Cavallini». Il figlio, stanchissimo dopo il riscaldamento, andò in panchina, e Cavallini in campo, per la disperazione dell’allenatore avversario.
Storie d’altri tempi, per le quali lo stesso Michele, Andrea e Gabriella ridono ancora. Poi il grande impegno per lo sport e per il proprio Comune, e la fine del Pci che non digerì mai: «Ci siamo annacquati», diceva.
Di quella San Vincenzo e di personaggi come Piero Biagi, francamente, si sente nostalgia. Nel volto dei figli Andrea e Michele, e in quello della moglie Gabriella, seduti al tavolo nella casa di via Matteotti, i sorrisi, pensando al babbo e al marito, cancellano il dolore per non averlo più da quel 28 agosto del 1993.
In fin dei conti, Pierone era così, nel bene e nel male, sincero e verace, geniale e burlone. La sua storia è la storia di molti altri personaggi della San Vincenzo che fu, che meritano di essere raccontati a chi non ha avuto il piacere di conoscerli.
Paolo Federighi
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