Il Tirreno

«Non prenderei più le acciaierie»

Il Cavaliere: sindacati padroni e direzione inesistente, spesi 1.300 miliardi per rimediare a un disastro

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Di seguito pubblichiamo una parte della lunga intervista rilasciata da Luigi Lucchini a Maria Antonietta Schiavina, pubblicata dal Tirreno il 31 dicembre 2000.

«Ho sempre cercato di comportarmi secondo quello che mi è stato insegnato – dice il Cavaliere – guidando le mie azioni sulla base di un principio di moralità cattolica insegnatami dai miei genitori. Un tempo infatti, era la coscienza a dirti se una cosa la dovevi fare o non fare. Ma quanti sacrifici, quante lotte, quante perdite finanziarie ho dovuto subire per essere considerato una persona perbene!».

Sta dicendo che una volta convinto di qualcosa, va avanti per la sua strada?

«Certamente. E non sempre è stato facile. Una volta mi hanno occupato uno stabilimento. Ci sono stati per sei mesi, hanno fatto costruire una cassa da morto con ceri e fiori, l'hanno deposta nel cortile della fabbrica come minaccia,ma non mi sono mica spaventato. Un bel giorno c'è stata una piena nella valle, che ha infangato tutto e il sindaco del paese è venuto a dirmi “gli operai chiedono che lei metta a posto”. Sono arrivati anche i carabinieri per convincermi, ma io ho risposto quando vanno via loro intervengo io, altrimenti lascio tutto così».

Perché le avevano occupato lo stabilimento?

«E' un po' la storia di Piombino: un giorno il sindaco di Brescia, Boni, mi chiama e mi parla di una fabbrica di Sarezzo in fase di fallimento, “se lei deposita una cifra salva la fabbrica e i posti di lavoro”. Firmo un assegno con una cifra per me allora grande e divento padrone dello stabilimento».

Ma lei ha comperato perché credeva in quell'operazione o perché si sentiva un missionario a salvaguardia del popolo?

«Non ho mai pensato di essere un missionario. Il mio compito era far rinascere le aziende in crisi e ho provato anche con Piombino, sbagliando però».

Per i contrasti che ha avuto con gli operai?

«Per la mentalità che ho trovato e per il modo in cui era conciato lo stabilimento: direzione inesistente - se non di peggio - sindacati che avevano potere di vita e di morte, intanto pagava lo Stato, perché la fabbrica allora era statale. Pensavo: perdono 200 miliardi l'anno su 1000 miliardi di fatturato. Quanto costano gli operai? Se io arrivo a produrre a minor costo e ad avere un rendimento, questa gente non perde il lavoro e poi col tempo, si metteranno le cose a posto».

Quando s'è insediato a Piombino, perché non ha cercato di avere un incontro con gli operai?

«Come si fa ad avere un incontro con gli operai? Prima di tutto bisognerebbe avere un incontro con i sindacati. E poi, quando uno fa un'operazione del genere, presuppone che gli altri capiscano. In quel momento, in quella situazione i sindacati non facevano gli interessi degli operai; perdevano potere e a loro interessava il potere non la salvezza dello stabilimento. Così hanno caricato tutti contro di me, che invece mi ero fatto infinocchiare acquistando un disastro».

Pensava forse d'aver trovato l'isola felice?

«No, non l'isola felice, ma qualcosa che valesse la pena riportare a galla. Il mio compito era quello di capire se un affare era un affare davvero, solo che uno stabilimento non si valuta per quello che è costato farlo o per ciò che vale in quel momento, ma per quanto rende. Abbiamo dovuto riorganizzare tutto, eliminando le cose che non andavano bene, che non si potevano accettare, cioè gli interessi dei privati e non quelli della società. Gli impianti erano stati ridotti a cartastraccia e correre ai ripari è costato ben 1300 miliardi».

Se tornasse indietro non riprenderebbe lo stabilimento?

«No, o perlomeno lo riprenderei ad altre condizioni. Allo Stato direi: tu me lo dai per niente. Ci stiamo insieme, te lo tiro su e poi te lo pago secondo il valore».

Dopo gli ultimi incidenti si è mosso anche Veltroni. Che ne pensa?

«Tutto è tradotto in termini di politica. Fanno della demagogia come al solito. Io non mi sono rifiutato di attuare ciò che la legge ha stabilito, ma quando ci sono degli incidenti vorrei che si guardassero le statistiche. Su quasi tremila dipendenti è chiaro che qualcosa può succedere. Perché allora non si muovono anche contro la Fiat o le altre industrie automobilistiche, che procurano ogni giorno, con le loro macchine, incidenti mortali sulle strade?»

Lei pensa alla morte?

«No, anche se so benissimo che verrà e neanche tanto tardi. Se potessi scegliere, preferirei andare all'inferno».

Come mai?

«Perché lì ci si diverte. Non a caso il cantico più affascinante della Divina Commedia è proprio quello dell'inferno».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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