Il presidio
«Stop con l’acqua ai privati per battere il caro-bollette»
La nostra provincia nella top ten italiana per i costi, movimenti all’attacco di Asa L’azienda si difende: «In un anno investiti 21 milioni per Elba e Val di Cornia»
PIOMBINO. Le tariffe dell’acqua in Toscana sono le più care d’Italia e quelle della provincia di Livorno sono al settimo posto della classifica nazionale. Maglia nera, dunque, per la nostra regione, come raccontavamo ieri nelle nostre pagine regionali, riprendendo l’indagine di Cittadinanzattiva.
«Le tariffe idriche in Toscana – riflettono i movimenti per la ripubblicizzazione dell’acqua in Val di Cornia – come testimonia questa indagine, sono molto più care rispetto a quelle applicate nelle altre regioni. E questo è il frutto avvelenato della scelta di far entrare i privati nella gestione della risorsa idrica».
Il ragionamento dei movimenti è che «l’azionista privato pretende un profitto dal suo investimento, e questo spinge in alto le tariffe. E comunque, di sicuro, non aiuta a contenere le bollette a carico dei consumatori».
Per i Forum toscani dell'acqua, una effettiva ripubblicizzazione del bene produrrebbe da sola un abbattimento di circa il 13-18 per cento, a seconda delle differenti realtà toscane, del costo medio delle fatture. Nelle regioni dove i privati non sono entrati nel business idrico, sottolineano ancora i comitati, le tariffe sono decisamente più basse.
Se dunque la provincia di Livorno è al settimo posto tra le province italiane con la bolletta dell'acqua più salata, certo è in buona compagnia, visto che nella costosa topten figurano ben otto città toscane: Firenze, Pistoia, Prato, Arezzo, Grosseto, Siena e Livorno, seguita da Pesaro, Urbino e Pisa.
L'indagine di Cittadinanzattiva mette in luce che dal 2007 a oggi, in Italia il costo del servizio idrico per uso domestico è lievitato del 33 per cento. Regina degli aumenti è proprio la Toscana, dove in sei anni la spesa è più che raddoppiata: in media +50,6 per cento, dal 93,4 per cento di Massa al 39,6 di Arezzo. Livorno sfiora il 40 per cento (39).
L'indagine è stata condotta nei capoluoghi di provincia sulla base dei dati del 2012. Sotto la lente di ingrandimento ci sono finite tutte quelle voci di spesa che insieme danno il costo del servizio nelle nostre case: acquedotto, canone di fognatura, canone di depurazione, quota fissa (ex nolo contatori).
In soldoni: una famiglia tipo di tre persone, con un consumo annuo di 192 metri cubi d'acqua, a Livorno e in provincia paga 485 euro (considerando il 10 per cento Iva). Davanti ci sono Firenze, Pistoia e Prato (509 euro), Arezzo (496), Grosseto e Siena (493). Dietro Pesaro e Urbino (481) e Pisa (471). Lontanissime Caserta (184 euro) e Cremona (185).
Come è possibile che in pochi anni le nostre bollette siano quasi raddoppiate? Le aziende che gestiscono il servizio (a Livorno l'Asa, partecipata dal pubblico, ma in parte in mano ai privati)come spiega il salasso?
«La Toscana - prova a dare una risposta l'amministratore delegato di Asa, Ennio Trebino - è la regione con le tariffe più alte, è vero, ma è anche quella che ha iniziato per prima ad applicare la legge Galli, che riconosce in tariffa sia i costi di gestione che quelli di investimento».
Costi, questi ultimi, «che col metodo Cipe erano riconosciuti solo parzialmente in bolletta e in gran parte venivano coperti con la fiscalità generale».
In altre parole: bollette più alte per investimenti importanti. L'azienda che investimenti ha fatto sul territorio? E il socio privato che ruolo ha?
«Lo scorso anno - controbatte Trebino - l’azienda ha fatto 21 milioni di investimenti, concentrati soprattutto tra Cecina e la Val di Cornia, con effetti immediati sull’isola d’Elba, per l’abbattimento dei livelli di boro e arsenico. Una priorità, se non volevamo andare incontro a una dichiarazione di non potabilità, con tutte le conseguenze del caso».
Ma che fine hanno fatto, ad esempio, i serbatoi per scongiurare nuove crisi? «Capisco che i livornesi potranno anche pensare di aver pagato 20 milioni per investimenti che non li riguardano - chiosa Trebino - ma in un sistema solidaristico, le risorse vanno spalmate in base alle necessità». Quanto al socio privato, sostiene Trebino, «non può essere investitore diretto, il servizio è in concessione ad Asa, non ad Iren. Il privato ha partecipato a dare le garanzie per gli investimenti, partecipato all'aumento di capitale, risanato l'azienda dal punto di vista dell'organizzazione e del know-how».
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