Tutti i bimbi col cellulare, e i genitori sono più sereni
Ormai anche i piccoli delle scuole elementari hanno il telefonino, ma in classe devono tenerlo spento o in vibrazione, pena il sequestro e la nota sul registro
PIOMBINO. L’avvio fu al Natale del 2000. A quel tempo il cellulare era entrato solo da pochissimi anni nelle abitudini quotidiane della massa degli adulti, che, complici offerte e modelli sempre più competitivi sul mercato, avevano cessato di considerarlo lo status symbol con cui ancora era identificato alla metà degli anni Novanta.
Dai grandi ai piccoli - preadolescenti, innanzitutto - il passo fu breve: essenzialmente in nome di un bisogno di sicurezza che oggi, stime alla mano, porta il cellulare a essere un oggetto diffusissimo già tra i bimbi delle prime classi delle scuole elementari: con buona pace della Società italiana di pediatria che, anche per motivi prettamente medici, oltre che educativi, ne sconsiglia l’uso prima dei dieci anni.
«E’ necessario fare comunque delle distinzioni - sottolinea la psicologa e psicoterapeuta Helga Martorella - Sotto quell’età il cellulare è essenzialmente un’esigenza dei genitori per tenersi costantemente in contatto con i figli. Tant’è che si comincia con la gita scolastica: si compra il cellulare al bambino per poter stare tranquilli. Ma al di fuori di questo contesto di controllo, i bimbi non hanno una grande interesse per questo oggetto».
Diverso il discorso alle scuole medie, quando il cellulare diventa «uno strumento di identificazione», con una certa attenzione anche ai modelli e alle marche in una prospettiva di rappresentatività piuttosto forte. «A quell’età il telefonino, anche per il suo legame diretto con i social network, diventa un veicolo di relazione molto importante – aggiunge la dottoressa Martorella – e questo è da considerarsi positivo. In questo senso può anche accrescere l’autostima e il suo uso va di pari passo con la necessità del distacco genitoriale. L’importante è non abusarne. La negatività può nascere dal rischio di limitare altre modalità di relazione, lo stare insieme all’aria aperta, eccetera. Per il resto non sapere utilizzare adesso questi strumenti corrisponde all’analfabetismo di cinquant’anni fa».
Con conseguenze apprezzabili anche sul piano educativo. «Certo - risponde Martorella - Questi strumenti ampliano le possibilità di conoscenza e di informazione. L’ideale sarebbe che gli adulti fossero capaci di guidare meglio i ragazzi in questo percorso». Sì ai cellulari, dunque, e agli smartphone nella fattispecie (tra i ragazzi Android va più forte di Apple, troppo «aziendale»), senza che ciò - previa ovviamente qualche buona regola - comporti i problemi anche dal punto di vista della disciplina: tant’è che Maurizio Grassi, dirigente della scuola media “Guardi”, parla di «appena 3-4 provvedimenti disciplinari al mese presi nei confronti di chi a scuola utilizza il cellulare come non dovrebbe», essenzialmente facendolo suonare in classe.
Un buon dato, a fronte di oltre 800 ragazzini iscritti, tutti, salvo rarità, muniti di dispositivo mobile. Senza contare che anche per quanto riguarda colpe e punizioni occorre fare le debite distinzioni. «La scuola - spiega Grassi - ha adottato il regolamento ministeriale secondo il quale il cellulare deve essere tenuto spento o in vibrazione. Vietarlo del tutto non possiamo: i genitori sono i primi a tenerci».
Se però il cellulare squilla in classe, l’insegnante lo consegna alla segreteria che poi lo restituisce ai genitori, mentre il ragazzo viene punito con una nota sul registro. Se poi il cellulare viene utilizzato per foto o video, allora si può arrivare alla sospensione. «Ma sono casi rarissimi, ripeto - sottolinea Grassi - Cerchiamo di tenere la situazione sotto controllo il più possibile. Anche durante il tempo dell’intervallo».
(m.a.m.)
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