Il Tirreno

Dall’operaio alla casalinga la paura di una città

di Francesca Lenzi
Dall’operaio alla casalinga la paura di una città

Con la bandiera in mano o spingendo un passeggino, giovani e pensionati I pensieri e i timori della gente che lotta per garantire un futuro a Piombino

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PIOMBINO. Sono migliaia. Giovani o meno. Uomini, donne, bambini. Sguardi preoccupati o pieni di speranza, sorridenti o tristi, arrabbiati o solo stanchi. Sono quasi diecimila le facce di chi è sceso in strada per manifestare. Piombinesi, ma non solo. Operai, ma anche impiegati, pensionati, casalinghe, studenti. E politici, semplici cittadini, negozianti che hanno chiuso le proprie attività per partecipare allo sciopero.

Si cominciano a muovere alle 17,30, dal largo Caduti sul Lavoro. Qualcuno con una bandiera in mano, tanti con una fiaccola accesa, alcuni tenendo stretto uno striscione, altri ancora spingendo un passeggino o tenendo per mano il figlio. Camminano, in mezzo alle strade che si fermano, raccogliendo al passaggio, come in una sorta di epidemia, altre persone. Tante facce, tante storie. Tra di loro Flavia Malotti, ristoratrice di Piombino, alla manifestazione con la figlia Virginia Demi e il cane Boris: «Sono qui oggi perché ho tre figli e per loro vorrei un futuro migliore – afferma Flavia – Non voglio che siano costretti a scappare da un posto come Piombino che può offrire tante cose. Non ci possiamo rinunciare. Io faccio un lavoro diverso da chi è in fabbrica, ma il mio babbo ha lavorato tanto alle acciaierie. Ricordo ancora quando ha ricevuto dall’azienda un orologio d’oro per gli anni di servizio. La fabbrica è il nostro passato, e deve essere anche il nostro futuro».

A proposito di giovani, fra le tute operaie c’è Antonio Pezzella che di anni ne ha 23. È arrivato cinque anni fa da Napoli, Antonio, proprio per entrare alla Lucchini, dove si è guadagnato un contratto a tempo indeterminato che oggi come oggi non è più una sicurezza. «Se ho paura? Un po’ sì – ammette – Noi per ora lavoriamo ancora, ma non abbiamo più certezze. Se come dicono chi ci compra chiude l’area a caldo siamo tutti a rischio».

A manifestare il proprio diritto al lavoro anche Andrea Muntoni, un altro operaio arrivato da lontano: «Da Cagliari, cinque anni fa – spiega Andrea – La soluzione esiste. Tutti i soggetti in causa, governo, aziende, banche, devono trovare un sistema per garantire e rendere migliore l’ambito del lavoro. Come fare? Puntare sulla competitività. La manodopera italiana è sempre stata la nostra caratteristica; per questo va difeso il manifatturiero, a ogni costo».

Al margine della strada, al passaggio del corteo si unisce alle migliaia di manifestanti anche Cinzia Ceccherini, casalinga: «È veramente desolante essere arrivati a questo punto – dice – Non è possibile pensare che una realtà industriale come la nostra vada a morire. Ormai credo che il problema sia politico, e francamente è drammatico quando davanti a noi abbiamo una classe politica senza dignità».

Fabrizio Petta, 45 anni, alla Lucchini ci lavora da 26. Di crisi ne ha vissute altre, ma mai come questa: «Anche quella del 1992 è stata brutta – afferma – Al tempo lavoravo nelle imprese e per un periodo sono stato senza lavoro; ma almeno lì sapevi con chi confrontarti, avevi un riferimento. Ora il proprietario è sparito e le banche si sa come sono. Speriamo bene».

Nel corteo ci sono anche Daniela Ghiandi e sua figlia Lisa Giffoni. «È stata lei a convincermi a venire – spiega la mamma – Dovevo aiutare la bimba più piccola a fare i compiti e di tempo ne ho poco».

«E invece dovevamo essere qui tutti – replica con convinzione Lisa – Non è giusto dire che tanto una persona in più o in meno non cambia. Dobbiamo esserci tutti per Piombino».

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©RIPRODUZIONE RISERVATA

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