Il Tirreno

Ci sono e vogliono esserci ancora Il futuro sospeso degli operai

di Francesca Lenzi
Ci sono e vogliono esserci ancora Il futuro sospeso degli operai

Molti in corteo con mogli e fidanzate. Anche pensionati e cittadini comuni alla manifestazione Tensione in superstrada, le lacrime di una lavoratrice, la sorpresa per i tanti poliziotti...

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VENTURINA. Alle 9,20 arrivano i primi pullman. Entrano nel piazzale di fianco al cavalcaferrovia di Venturina, liberandosi dei passeggeri a bordo, che vanno ad unirsi a chi ha raggiunto l’area con i propri mezzi. Pochi inizialmente, poi sempre di più. Dapprima raccolti in piccoli assembramenti, quindi stretti in un unico tronco lungo il corteo.

Intorno alle 9 il piazzale è semivuoto. Sulla macchina che guiderà la manifestazione vengono fissati gli altoparlanti. A terra gli striscioni, le bandiere del sindacato e gli elmetti, in attesa di essere recuperati, e indossati.

Tra l’arrivo e la partenza del corteo la gente si raccoglie formando gruppetti di natura e di età differenti. La maggior parte sono operai, della Lucchini e della Magona, soprattutto. Mentre si aspetta il via della sfilata c’è chi ride e chi parla.

Tra il racconto di un divertente incidente di pesca, e la sorpresa per la presenza di qualcuno che non ti aspetti («Bada te chi c’è»), l’occasione di rallegrarsi per un bambino in arrivo: «Oh, ma è vero che diventi babbo? Eh, le notizie volano, che ti credi?». Jeans e maglietta, magari il cappellino della fabbrica o del sindacato. Altri con tute da lavoro, o almeno la felpa con il nome dello stabilimento.

Qualcuno addirittura indossa i copriscarpe monouso che si mettono nei locali interni delle acciaierie. Quando ormai manca poco alla partenza del corteo, l’attesa si inganna leggendo il giornale o facendosi una sigaretta, mentre agli operai si sono aggiunti altri uomini più grandi, pensionati o semplici cittadini e anche diverse donne. Lavoratrici anche loro, dipendenti di altre aziende, mogli e fidanzate.

Una tra loro ha in testa il cappello di un sindacato e in mano tiene una bandiera. Si muove intorno agli altri, mentre comincia a piangere. Lacrime forse di commozione, forse di paura, che stridono con il chiacchiericcio di fondo e le risate tra colleghi. Nessuno si accorge di quelle lacrime che lei cerca di ricacciare dentro a forza, come per interrompere quell’attimo così intimo di emotività, liberato in pubblico.

Quando manca davvero poco all’avvio della manifestazione, con i tamburi improvvisati che iniziano a farsi sentire, un operaio guarda in fondo al piazzale, verso le camionette della forza pubblica: «E ce n’è di polizia stamattina, vai». Si muove intorno alle 9,50 il corteo. Politici, sindacati, ditte esterne, associazioni, semplici cittadini e ovviamente loro, gli operai. Lucchini, Magona, e anche Dalmine.

Circa 3mila persone, 3mila volti, 3mila storie, unite lungo un cordone lunghissimo che riempie svincoli e Variante. Qualcuno la butta sulla scherzo, «Ragazzi, facciamo a modo, c’è la televisione», fin quando la tensione esplode all’improvviso sulla superstrada, nel momento in cui un gruppo di operai si oppone al programma, con l’obiettivo di occupare la strada. Il corteo si spacca in due tronconi, volano parole forti, confronti ravvicinati, finché i manifestanti, dopo un’ora, si riuniscono nuovamente, prendendo la via del ritorno. Sono le 11,45. «Bimbi, io devo andare» dice un lavoratore ai colleghi, emblema di una protesta che volge al termine. Si salutano, scambiano un’ultima parola, con la promessa di rivedersi più tardi. Salgono sulle macchine, o sui pullman. Sono persone sospese, in attesa di un futuro incerto. Hanno però fatto vedere di esserci, e volerci essere ancora. Sono gli operai di Piombino.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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