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Allarme rosso, ma la città sembra tiepida
C’è preoccupazione, ma la sensazione è che sfuggano gli effetti devastanti del possibile stop alla filiera dell’acciaio
PIOMBINO. Si temono, ma fino a un certo punto, terribili effetti dalla chiusura delle fabbriche. Almeno tra la gente. La città è piccola, tutti conoscono bene la vita e i consumi degli altri. C’è chi si è meravigliato, facendo la fila alla posta, di vedere lo stesso numero di cacciatori (o di più?) pagare bollettini da 360 euro in sù, da assommare alle molte altre spese per questo sport. Come se dietro a “una povertà lamentata” ci sia dell’altro: dal lavoro nero a familiari che aiutano. Stonano l’iPhone 5, il Suv d’ultimo grido. Lo si sente dire al bar, lo si legge su facebook dove martedì è corsa voce di trovarsi tutti davanti alla portineria Lucchini - mentre c’era il sindaco sul tetto del capannone - ma poi, a parte la pioggia di mi piace, non si è mobilitato nessuno. Una valutazione realistica della crisi della siderurgia arriva invece dalle associazioni di categoria.
Il quadro. «Se chiudesse l’acciaieria? – dice il direttore dell’ufficio Confcommercio Alessandro Baldi – all'inizio sarebbe un dramma, anche psicologico. L’industria è nel tessuto storico della zona. Cosa resta, se nel frattempo non è stata creata alternativa? Ma qui, a partire dalle bonifiche, difficilmente troveremo qualcuno che possa investire. Il futuro e quello che si poteva fare prima sono argomento per convegni, ora bisogna confrontarsi con quanto accade».
Addio servizi. «Situazione già critica – interviene l’avvocato Antonio Marta, che è stato presidente dell’Associazione forense di Piombino fino al settembre scorso – visti i provvedimenti del governo che hanno tagliato la sezione distaccata del tribunale e il giudice di pace. Un bel colpo per la Val di Cornia, taglio ai servizi per i cittadini che dovranno sempre più rivolgersi agli uffici di Livorno visto ci saranno ulteriori riduzioni di personale per Agenzia delle entrate, Inps e Inail. Se ci mettiamo anche la chiusura del polo industriale che sostiene ancora molte famiglie, allora la città sì che diventerà un sobborgo e tanti se ne andranno. Senza un’alternativa alla chiusura, si seppellirà Piombino».
Tessuto economico. «La percezione di una situazione estremamente pesante è chiara – spiega Adeanna Grilli, responsabile di zona Confesercenti del Tirreno – Il tessuto economico ha uno stretto legame con gli oltre 5mila posti di lavoro occupati. In tanti ci telefonano e si informano. Se non si riesce a vincere questa battaglia, il territorio non ce la farà ad andare avanti. Pure il cambiamento del volto della città – sottolinea – l’aumento delle strutture ricettive, hanno un legame indissolubile con la fabbrica che deve essere ambientalmente compatibile, ma stretta a Piombino. Altrimenti ci sarà la chiusura a catena di tante altre attività».
Artigiani preoccupati. «Si teme il peggio – afferma per la Cna, Manuela Minelli – nelle imprese, anche in quelle che non hanno niente a che vedere col ciclo siderurgico. Perché gran parte del Pil viene dalla fabbrica comunque. Tra gli artigiani c’è paura, perplessità, e non da oggi, per questo territorio. La città è nata intorno all’acciaieria e anche tutti gli altri settori divesificati sono in qualche modo collegati al reddito che principalmente viene proprio da qui».
Non solo piombinesi. Battute brevi, grande preoccupazione soprattutto dagli anziani che “dentro” hanno trascorso un bel pezzo di vita, quando la fabbrica dava di che vivere a qualcosa come 17mila persone. Se ne sentono tante al Bricc’o Bar di piazza Berlinguer. Qui la mattina passa spessissimo, prima di andare a Livorno, il presidente - piombinese - della Camera di commercio Roberto Nardi: «Nessuno dei miei familiari ha mai lavorato in Lucchini – racconta – a parte mio nonno per un po’ di anni, ma in Magona. Resta il fatto che l’economia cittadina si basa, in modo consistente, comunque sulla fabbrica. Una bella fetta sono rendite di pensione, che durerà quanto l’aspettativa di vita, considerevole entrata del Pil oltre agli stipendi che restano migliaia, comprese le aziende dell’indotto con sede fuori città. La perdita netta? Sarebbe forte. Da considerare poi – afferma – la nuova immigrazione proveniente anche da altre province e regioni italiane che procederebbe a ritroso ».
Consumi. Vada per un po’ d’ansia - se però l’iPhone o l’iPad ci può comunque stare - ma nel carrello della spesa? «Dalla metà di settembre – dice Paolo Bertini, responsabile delle relazioni esterne di Unicoop Tirreno – si fanno i conti con i residenti. Percepibile la preoccupazione per la chiusura degli impianti. Gli impatti sui consumi? Difficile da dire, ma la consapevolezza c’è e in molti anche la paura per una situazione non chiara, che perdura nel tempo. Nel settore vendite conta molto quanti soldi hai nel portafoglio e la fiducia che hai nel futuro. Chiaro che, venendo dalla fabbrica oltre il 50% del reddito, la chiusura sarebbe devastante per tutti».
Via mare. Se salta la filiera dell’acciaio difficile sarebbe prevedere pure uno scenario per il porto di Piombino, dal punto di vista commerciale. Per altre tipologie di merce ci vorrebbe diversa preparazione, oltre a tariffe e produttività tutte da rivedere.
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