«Siamo in lotta contro un padrone senza volto»
Due operai dell’Arcelor-Mittal raccontano il declino della loro fabbrica «Noi come agnelli che il lupo non conosce ma che sa di poter mangiare»
PIOMBINO. «Mi sembra di essere tornato a fare l’interinale, solo che adesso non c’è più distinzione, tocca a tutti». Sguardo diretto, parole nette, allentate ogni tanto in uno sbuffo disincantato, Giuseppe Caputo, 36enne piombinese, con una compagna e una bimba di 4 mesi, lavora dal 2002 alla Magona. Tre anni da interinale e nel dicembre del 2004 l’assunzione a tempo indeterminato.
«Pensavo di aver finito di patire, e invece eccoci qua – racconta il giovane operaio – Quello che mi spaventa di più non è dentro lo stabilimento però, ma fuori. Il territorio in cui viviamo non si può permettere un solo disoccupato in più; uno che perde lavoro oggi va a finire in fondo a una lista infinita. Se chiude l’industria si può anche emigrare tutti. La riconversione? Una storiella per ora teorica».
Lo ascolta in silenzio, annuendo di tanto in tanto, Maurizio Rossi, 56 anni, che convive con la compagna (in cassa integrazione e da 7 mesi senza paga) a Donoratico. Anche lui, come Giuseppe, lavora nello stabilimento piombinese. Ci entrò per la prima volta nel 1977, quando ancora il modo di dire “Piglialo, è di Magona!” aveva un senso, e la prospettiva di aver finalmente trovato sicurezza sociale ed economica era concreta. «Mamma era contentissima, e anch’io – racconta Maurizio – Con il primo stipendio ci comprai lo stereo, un impianto hi-fi Augusta».
Numero di matricola 1644 per Maurizio e 35 anni passati nello stabilimento che a settembre, secondo i piani dell’azienda, perderà metà produzione. «Una crisi grave l’ho già vissuta, quella del 1992 – spiega l’operaio – Ma era diversa. Allora c’era un interlocutore italiano, una controparte che conoscevi».
Un antagonista astratto, dai lineamenti confusi. È così che gli operai sentono la dirigenza della Magona. «Un personaggio immaginario, senza volto, che decide il destino di 550 persone, senza sapere nemmeno dove si trovi Piombino», dice Giuseppe. «Il padrone c’è ancora, ed è persino più grosso di prima, ma è inarrivabile, una controparte virtuale che alla fine non sai nemmeno con chi devi parlare – ribatte Maurizio – E se è vero che la speranza non può morire, quando è un ministro a dire che il posto fisso non c’è più, capisci che il problema parte da lontano».
È una crisi quella che si abbatte sulla Magona che gli operai solo in parte attribuiscono all’efficienza dell’impianto. «La buona volontà di lavoratori e sindacato c’è stata – afferma Giuseppe – Eppure vediamo chiudere rubinetti di anno in anno e ora non ci fidiamo più. Un nuovo acquirente, al di là delle prospettive, sarebbe già un bene; almeno avremo a che fare con qualcuno che voglia creare sviluppo».
È una realtà che si sentono scivolare dalle mani gli operai, presi in un rapporto con la fabbrica meno complice di una volta: «Nel 1977 sembrava di entrare in un paese, pieno di luci e attrezzature – parla Maurizio che coglie il declino anche nell’aspetto dei reparti – Ora ci sono luoghi con il 50% di visibilità, e un senso di malinconia che fa male».
«Sono deluso», dice Giuseppe. «Io non sono solo deluso – replica Maurizio – Sono arrabbiato, mi sento violentato e preso in giro. Ma ho voglia di reagire. Non mi arrendo».
«Il padrone è il lupo, noi l’agnello – afferma Giuseppe – Quando il presidente di Arcelor-Mittal Maurange ci ha visti protestare ha avuto un’espressione di stupore, quasi che per lui fosse impensabile che l’agnello si ribellasse».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
