Il Tirreno

Killer spietato, per 41 anni chiuso dietro le sbarre a Portoferraio

Più della metà della sua vita l’ha trascorsa in carcere. 41 anni a Portoferraio ma, a parte l’isola d’Elba e le gente dei suoi luoghi d’origine dove viva ne rimane la memoria, nessuno lo ricorda....

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Più della metà della sua vita l’ha trascorsa in carcere. 41 anni a Portoferraio ma, a parte l’isola d’Elba e le gente dei suoi luoghi d’origine dove viva ne rimane la memoria, nessuno lo ricorda. Nasce in Lucania, nel 1830, figlio di contadini, subendo le drammatiche condizioni sociali dell’epoca. Quando nel 1860 scoppiano i moti insurrezionali per appoggiare la campagna militare di Giuseppe Garibaldi, ha già all’attivo una condanna per furto, una fuga dal penitenziario di Brindisi, un omicidio compiuto per onore a difesa della sorella (saranno, a vario titolo, 67 prima del suo arresto definitivo).

Latitante, s’unisce quindi ai rivoltosi nella speranza d’una amnistia. Torna in paese da vincitore, ma tutto è cambiato: il sindaco si è messo contro i Borboni. Si dà nuovamente alla macchia e s’arruola con questi ultimi, una scelta per riscattarsi a capo dell’insurrezione contro lo Stato italiano. È una vittoria dietro l’altra, mentre le file dei suoi uomini s’ingrossano sempre più, così come l’elenco tragico dei suoi delitti, delle violenze e delle ruberie a danno soprattutto di benestanti e nobili. Ma la repressione piemontese è violenta (in tre anni vengono fucilati 7151 briganti). I rinforzi promessi dai Borboni intanto non arrivano.

Comprende il momento critico. È tentato d’ accettare la legge Pica (sconti di pena a chi si fosse consegnato). Non si fida e ritorna alla macchia. Lo tradisce però un suo luogotenente, Giuseppe Caruso che, in cambio d’ un impiego pubblico, porta i bersaglieri nel covo segreto. Pur ferito, Crocco fugge e si muove verso Roma, dove spera nella clemenza di papa Pio IX.

Viene invece arrestato (1864) e consegnato allo Stato Italiano dopo sette anni d’isolamento. «Al momento dell’arresto – si legge nell’autobiografia – avevo con me 19.800 lire e questa somma non fu restituita a me e non fu data al Governo, come di diritto, ma finì nelle tasche di qualche monsignore ladrone».

Il processo si svolge nel 1872 a Potenza. Condannato a morte, la pena è commutata nei lavori forzati a vita per regio decreto. Sconta la pena al carcere della Linguella, dove venne rinchiuso anche Passannante, l’anarchico lucano che tentò d’uccidere Umberto I di Savoia.

Muore il 18 giugno 1905. (g.u.b.)

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