Il Tirreno

“Minibarbatoja”, si riapre il contenzioso da 5 milioni

di Stefano Taglione
“Minibarbatoja”, si riapre il contenzioso da 5 milioni

L’azienda Giglio Elbano ottiene dal Consiglio di Stato di rivedere la sentenza Nel ’94 il Comune non volle concedere un condono al ristorante, ormai chiuso

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MARINA DI CAMPO. Cinque milioni di euro di risarcimento danni per un condono respinto 18 anni fa. È la somma shock che potrebbe trovarsi costretto a pagare il Comune di Campo alla ditta Giglio Elbano, qualora il Consiglio di Stato ribaltasse una sentenza che l’anno scorso dette ragione proprio all’amministrazione Segnini.

La vicenda si trascina dal 1994 fra ricorsi al Tar e allo stesso Consiglio. Finora, occorre precisarlo, il Comune è sempre uscito indenne dalle aule di tribunale, risparmiando una spesa che in seguito all’alluvione potrebbe risultare letale, dato che l’ente ha un bilancio di appena 8 milioni di euro. L’azienda milanese, guidata negli anni ’90 dal presidente e regista cinematografico Italo Martinenghi, si vide respingere una richiesta di sanatoria per ampliamento dei locali dalla giunta Landi. Nodo al pettine la realizzazione di un ristorante a Fetovaia, il “Minibarbatoja - Bambù”, costruito nel 1971 con regolare licenza edilizia, ma oggetto di condono in quanto la costruzione risultava «in difformità rispetto al permesso» ottenuto venti anni prima.

Il Comune si oppose alla richiesta, acquisendo l’area ed emanando un’ordinanza di demolizione della struttura, ad oggi fatiscente. A giugno il caso, però, si è riaperto. La Giglio Elbano chiede di rivedere la sentenza perché, nel frattempo, sarebbero spuntati nuovi importanti documenti. Ne è convinto l’amministratore delegato Stefano Martinenghi. «Nel 2002 – spiega – la giunta Galli fece un piano spiagge che prevedeva il recupero e l’ampliamento fino al 20% dei manufatti preesistenti nel piano di Fetovaia (quindi anche del nostro diventato di proprietà pubblica). Io ho presentato un esposto in Procura al quale è seguito un blitz della Guardia di Finanza per acquisire ogni documentazione dell’epoca sui condoni edilizi. Grazie a queste informazioni saltate fuori casualmente – continua Martinenghi – riteniamo che vi siano nuove prove a nostro favore. La zona dove abbiamo costruito è denominata “di verde attrezzato” e non è “del tutto inedificabile” come sostiene il Comune. Inoltre – continua l’imprenditore milanese – non fu considerata la licenza edilizia rilasciataci nel 1971».

Secondo Martinenghi a Fetovaia sarebbero stati utilizzati due pesi e due misure per approvare i condoni edilizi. «Per evidenziare i macroscopici errori comunali – spiega l’imprenditore – la perizia dell’ingegnere di parte confrontava la nostra istanza di condono dall’esito negativo, con un’altra dell’adiacente concorrente “Pino Solitario” che, sempre in un’area a “verde attrezzato”, aveva realizzato analoghe strutture, senza licenza edilizia, che al contrario erano state legittimamente condonate. Il 21 luglio 2011 – conclude Martinenghi – abbiamo chiesto al Comune di uniformare le decisioni, ma non ci è stata data alcuna risposta, se non la comunicazione di ricorso avverso nei nostri confronti».

Il verdetto del Consiglio di Stato potrebbe arrivare dopo l’estate. Il Comune preferisce non commentare la vicenda, ma a luglio dell’anno scorso ha dato mandato agli avvocati Fabio Lorenzoni di Roma e Ornella Cutajar di Firenze di seguire il caso.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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