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Un pilota senza licenza ma alla fine nessun colpevole
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MARCIANA. Fu quasi certamente l'impeto del temporale a causare l'incidente che coinvolse il "de Havilland Dh.114" e costò la vita a undici persone. Il velivolo, partito alle 15,02 dall'aeroporto di Roma Urbe, era atteso alle 16,39 nello scalo Cristoforo Colombo di Genova. Non giunse mai a destinazione. I cadaveri vennero trovati dal pastore Antonio Arnaldi solo il pomeriggio seguente e la domenica mattina furono raggiunti dai carabinbieri e da decine di persone arrivate nel bosco dalle vicine Marciana e Poggio. Si trattò del primo disastro aereo a danno della compagnia italiana Itavia. Il primo di una lunga serie che si chiuse con la strage di Ustica del 1980, in seguito a cui il ministero ai Trasporti presieduto allora da Rino Formica tolse alla compagnia la licenza. L'incidente aereo accaduto sul Capanne ebbe una risonanza non solo per l'Elba, ma colpì l'opinione pubblica di tutto il paese. «Il disastro fece talmente scalpore che l'Itavia chiuse i battenti per un anno e riprese a volare solo nel'62 - racconta Silvestre Ferruzzi - la cosa incredibile fu che il pilota non aveva neanche la licenza per effettuare voli di linea». Dall'inchiesta che seguì alla strage, infatti, venne alla luce che il pilota Ennio Scipione stava volando secondo le regole di volo a vista anzichè in modalità di volo strumentale, come avrebbe dovuto per le condizioni atmosferiche in cui si trovava. Inoltre non aveva neppure la licenza di volo commerciale necessaria a ciascun pilota di linea. Fatto sta che il procedimento penale a carico della compagnia Itavia fu, fin dalle prime battute, farraginoso e si risolse con l'assoluzione di tutti gli imputati sia in primo grado che in appello. In pratica, quella che si è consumata alle pendici del monte Capanne, fu una strage senza colpevoli.
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