La vita in Israele lontano dai check-point
Maria Antonietta Schiavina
Akram Telawe in “Pink Subaru”, film sulla multiculturalità
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SUVERETO. “Pink Subaru” è un film completamente indipendente, presentato a diversi festival tra cui quello scorso di Torino: sta ottenendo ottimi consensi dalla critica e, da venerdì, è nelle sale italiane. La pellicola è il risultato della voglia di credere nel cinema di qualità di due produttori, Mario Miyakawa, italo-giapponese dall’accento milanese e suo padre Hideyuki - imprenditore conosciuto e stimato in Toscana nonché proprietario dell’azienda agrituristica La Bulichella di Suvereto - che hanno investito il loro entusiasmo cercando i finanziamenti per unire in una storia comune due culture completamente diverse fra loro.
Ma l’arte, che va al di là di ogni lingua o credo, ha avvicinato anche i due sceneggiatori - l’attore arabo-israeliano Akram Telawe (da dieci anni suveretano d’adozione) e la cantante lirica piombinese Giuliana Mettini - col regista, Kazuya Ogawa, che ha vissuto per un lungo periodo in Toscana, dove torna ancora di tanto in tanto quando gli impegni glielo permettono. «La multiculturalità è il filo conduttore del film - spiega Telawe che oltre ad aver scritto insieme alla moglie Giuliana il soggetto, è anche il protagonista principale della storia - così come è stata uno dei punti più importanti della mia vita».
Da cosa è nata l’idea di legare il soggetto del film a un’automobile, che dopo di lei è la protagonista principale della storia?
«Quando ci siamo incontrati mia moglie e io, mentre lei era in un tour a Israele come cantante lirica, le ho raccontato la storia delle Subaru rubate, e di come negli anni Settanta queste fossero le più diffuse sia in Israele che in Palestina... Più tardi abbiamo conosciuto Kazuya, che era venuto in Toscana, da Miyakawa per imparare l’italiano, e dalla nostra amicizia ha preso piede l’idea di mettere insieme le nostre culture, ma anche le nostre lingue e i modi diversi di fare cinema, per realizzare una storia che ci rappresentasse tutti».
Il film non è doppiato, ma girato in lingua originale e sottotitolato. Come mai questa scelta?
«La multiculturalità e le lingue diverse sono uno dei punti di forza della storia. Per questo, d’accordo con il produttore, il regista ha preferito lasciare che si sentissero, aggiungendo poi i sottotitoli... La Iris film che lo distribuisce ha detto ok e ora aspettiamo il giudizio del pubblico, che dovrà fare uno sforzo in più, ma entrerà meglio nell’ambiente e nei personaggi».
Come siete riusciti a girare il film, che fra l’altro esce in un momento abbastanza difficile di una guerra infinita fra Israele e Palestina, in luoghi dove la tensione è continua?
«La guerra nel mio paese va avanti da anni, se non da secoli, mio padre è nato con lei, io ci sono cresciuto e quando mio figlio è venuto al mondo c’era ancora la guerra... Israele è una terra che da secoli non ha pace e chissà se mai l’avrà ma, nonostante questo, lì la vita continua, la gente lavora, studia, si diverte, dà spazio alla cultura, al teatro, alla musica, al cinema... si ama, si sposa, mette al mondo figli e... acquista automobili. Nel film Giuliana - che ormai conosce bene e ha imparato ad amare la mia gente, io, che le mie radici, la mia famiglia, i miei amici li porto sempre nel cuore, ma anche Kazuya che ci ha appoggiato con entusiasmo nel nostro progetto - abbiamo voluto raccontare, la vita normale di ogni giorno, a prescindere dagli eventi. Nel film infatti non ci sono mai i soldati e i checkpoint sono ripresi da lontano. Non c’è violenza nelle nostre immagini, perché non volevamo dare al pubblico le solite Israele e Palestina, che ormai entrano ogni giorno in casa attraverso i media, togliendo a luoghi pieni di fascino qualsiasi possibilità di riscattarsi. Cosa che, grazie ai produttori di questo film, spero di essere riuscito a fare».

Ma l’arte, che va al di là di ogni lingua o credo, ha avvicinato anche i due sceneggiatori - l’attore arabo-israeliano Akram Telawe (da dieci anni suveretano d’adozione) e la cantante lirica piombinese Giuliana Mettini - col regista, Kazuya Ogawa, che ha vissuto per un lungo periodo in Toscana, dove torna ancora di tanto in tanto quando gli impegni glielo permettono. «La multiculturalità è il filo conduttore del film - spiega Telawe che oltre ad aver scritto insieme alla moglie Giuliana il soggetto, è anche il protagonista principale della storia - così come è stata uno dei punti più importanti della mia vita».
Da cosa è nata l’idea di legare il soggetto del film a un’automobile, che dopo di lei è la protagonista principale della storia?
«Quando ci siamo incontrati mia moglie e io, mentre lei era in un tour a Israele come cantante lirica, le ho raccontato la storia delle Subaru rubate, e di come negli anni Settanta queste fossero le più diffuse sia in Israele che in Palestina... Più tardi abbiamo conosciuto Kazuya, che era venuto in Toscana, da Miyakawa per imparare l’italiano, e dalla nostra amicizia ha preso piede l’idea di mettere insieme le nostre culture, ma anche le nostre lingue e i modi diversi di fare cinema, per realizzare una storia che ci rappresentasse tutti».
Il film non è doppiato, ma girato in lingua originale e sottotitolato. Come mai questa scelta?
«La multiculturalità e le lingue diverse sono uno dei punti di forza della storia. Per questo, d’accordo con il produttore, il regista ha preferito lasciare che si sentissero, aggiungendo poi i sottotitoli... La Iris film che lo distribuisce ha detto ok e ora aspettiamo il giudizio del pubblico, che dovrà fare uno sforzo in più, ma entrerà meglio nell’ambiente e nei personaggi».
Come siete riusciti a girare il film, che fra l’altro esce in un momento abbastanza difficile di una guerra infinita fra Israele e Palestina, in luoghi dove la tensione è continua?
«La guerra nel mio paese va avanti da anni, se non da secoli, mio padre è nato con lei, io ci sono cresciuto e quando mio figlio è venuto al mondo c’era ancora la guerra... Israele è una terra che da secoli non ha pace e chissà se mai l’avrà ma, nonostante questo, lì la vita continua, la gente lavora, studia, si diverte, dà spazio alla cultura, al teatro, alla musica, al cinema... si ama, si sposa, mette al mondo figli e... acquista automobili. Nel film Giuliana - che ormai conosce bene e ha imparato ad amare la mia gente, io, che le mie radici, la mia famiglia, i miei amici li porto sempre nel cuore, ma anche Kazuya che ci ha appoggiato con entusiasmo nel nostro progetto - abbiamo voluto raccontare, la vita normale di ogni giorno, a prescindere dagli eventi. Nel film infatti non ci sono mai i soldati e i checkpoint sono ripresi da lontano. Non c’è violenza nelle nostre immagini, perché non volevamo dare al pubblico le solite Israele e Palestina, che ormai entrano ogni giorno in casa attraverso i media, togliendo a luoghi pieni di fascino qualsiasi possibilità di riscattarsi. Cosa che, grazie ai produttori di questo film, spero di essere riuscito a fare».
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