Il Tirreno

Ansia e incertezze, la città s'interroga

Ansia e incertezze, la città s'interroga

Il crollo della Lucchini sarebbe drammatico, ma c'è anche chi non ci crede

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PIOMBINO. Meno quattro: tanti sono i giorni che mancano alla data fissata dal sottosegretario allo sviluppo, Stefano Saglia, per un accordo con le banche che dia respiro alla Lucchini in attesa di un acquirente.  A sostegno di una soluzione, i sindacati hanno indetto lo sciopero di oggi. E hanno chiesto alla città di stare al loro fianco. Perchè gli effetti di una crisi sarebbero pesanti per tutti. Pesanti ma - il timore c'è - anche sottovalutati. Almeno stando alla carrellata di opinioni raccolte in ambienti diversi, allo scopo di focalizzare il grado di percezione del problema.  Nessuna velleità statistica. Solo qualche elemento di riflessione da offrire ai lettori. Anche sulle prospettive di una città meno legata agli umori dell'acciaio.  Zona Cesarini. Mauro Macelloni, operaio e delegato Fiom in Lucchini servizi, dice: «L'impressione è che la gente non abbia percepito che si rischia grosso. E magari si pensa che all'ultimo minuto qualcosa di buono esca fuori, che arrivi qualcuno e salvi tutti. Si può fare a meno della Lucchini? In fabbrica generalmente si pensa di no. Ma all'esterno comincia a circolare questa idea. E questo non aiuta».  Effetto domino. Dal suo osservatorio di impiegata in un'agenzia interinale, Maria Mondello afferma: «No, le persone non si rendono conto di cosa c'è in ballo e del pauroso meccanismo a catena che può innescarsi. E queto accade anche tra chi ci lavora. In giro, c'è superficialità. Ci sono giovani che escludono un ingresso in fabbrica, altri che non si pongono neanche il problema, sul fare o no a meno delle Acciaierie. Tanti, magari, si rendono conto solo quando non si vedono rinnovato il contratto. Eppure, bisognerebbe riflettere di più sul fatto che perdere tanti posti renderebbe tutti più ricattabili e comporterebbe un arretramento dei diritti per ognuno di noi».  Se vieni da fuori. Diop Djibi è operaio in Lucchini e presidente della Consulta immigrati. «Siamo tutti operai e non mi piace fare distinzioni. C'è aspettativa, è vero. E c'è poca informazione. Ma gli immigrati sanno che per loro la partita è ancora più rischiosa. Soprattutto se si è fatto il ricongiungimento familiare e si è messo su casa, magari con un mutuo. Un conto è avere una famiglia alle spalle e un conto avercela sulle spalle».  Lacuna diffusa. «I ragazzi non hanno la percezione di cosa sia in discussione. E francamente, ne ho poca anch'io», sostiene Mauro Conflitti, insegnante all'Ipsia che, definendosi una persona mediamente informata su cosa ha intorno, teme che la lacuna sia ampia. «Forse - aggiunge - è il momento di interrogarsi sulla economicità della presenza del ciclo integrale anche se mi rendo conto che sarebbe drammatica la fase transitoria. Anni fa ragazzi rifiutavano l'ingresso in fabbrica. Ora le cose sono un po' cambiate, anche se in molti trovano deludente l'esperienza degli stage nelle grandi realtà rispetto alle piccole e medie aziende dove è più facile essere seguiti».  Sottovalutazioni. Mauro Mussi, pensionato con alle spalle una esperienza trentennale nel campo delle manutenzioni delle aree a caldo, nutre serie preoccupazioni. Parla di lavoratori divisi tra rassegnazione e sottovalutazione.  «Da ciò che si legge sui giornali - commenta - emerge forte la necessità di un rifacimento dell'Afo e di investimenti a favore di una ritrovata cultura industriale. Ho letto che giustamente si vogliono coinvolgere i cittadini nelle scelte sugli sviluppi turistici e commerciali. Tutti questi temi sono profondamente condizionati dal destino dell'industria. Qualsiasi sua prospettiva incide sull'assetto geosociale e viario. Temo che siano sottovalutate le complicazioni occupazionali nella fase di "interregno" se, per malasorte, Piombino dovesse perdere il ciclo integrale mentre la trattativa in corso con le banche per i gioielli Ascometal e le sue centrali, isola Piombino», chiude Mussi. Che trova significativo e inquietante il disinteresse di Riva, proprietario dell'Ilva di Taranto e unico produttore nazionale a ciclo integrale.  Futuro complicato. Non la vede facile, padre Carlo Uccelli, sempre in prima fila, con la comunità del Cotone, nelle battaglie per una qualità della vita degna di questo nome. «Lo stabilimento non può avere futuro senza un rifacimento pressochè totale. Così non è destinato ad andare da nessuna parte. E questo è preoccupante. La situazione dell'inquinamento non è rosea come vogliono farci credere un po' tutti. Anche in questi giorni, e anche a finestre chiuse, ci continua a saltare l'allarme del gas. L'ansia nella gente, c'è ma è legata alla crisi generale. Da qualche tempo tutti i giorni 5 o 6 persone vengono a chiedere aiuto per pagare le bollette. E prima non succedeva».  Paura del cambiamento. «La fabbrica c'è e va difesa. In giro si percepisce preoccupazione tra commercianti e cittadini», afferma Marco De Monaco del bar Falesia. Che si dice comunque ottimista anche sulla possibilità di arrivare gradualmente ad un futuro meno legato alle ciminiere. «Come tutti i cambiamenti, questo può creare ansia. Ma la città ha le risorse per andare oltre».

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