Il presidio
Guantini, artista solitario e creativo
Giorgio Pasquinucci
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Inaugurazione della mostra retrospettiva di Romano Guantini a Palazzo Appiani Aperta ieri a Palazzo Appiani la retrospettiva del pittore scomparso
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PIOMBINO. «Una grande e solitaria personalità creativa, che pur modernissima nel suo personale linguaggio di sapore neoaccademico, non trova alcun riscontro con l'arte e le correnti artistiche del nostro tempo». Così scriveva Enzo Carli di Romano Guantini, maestro del disegno, dell'incisione e del colore che ci ha lasciati nel febbraio scorso. Una forza creativa che rivive nella mostra retrospettiva che si è aperta ieri a Palazzo Appiani. È stata organizzata dall'associazione "Amicizia nel mondo" col patrocinio del Comune di Piombino e curata dal figlio Luca, che ha selezionato una parte delle molte opere rimaste nella casa di famiglia. Guantini non è mai stato un artista immobile. Ha piegato il suo straordinario talento per assecondare il suo sguardo, al tempo stesso cinico ed ironico, sulle ipocrisie e debolezze del'animo umano senza mai mettere limiti alla ricerca formale. La retrospettiva è dunque un'occasione per leggere dentro l'inquietudine di un artista perennemente in viaggio in "direzione uguale e contraria", che si è più preoccupato di sorprendere, provocare, far riflettere sull'altro punto di vista piuttosto che piegarsi alle esigenze dei mercanti d'arte. E non sarebbe stato difficile per lui, dotato di una straordinaria conoscenza del mestiere, assecondare il pubblico con gradevoli immaginette. Ma Guantini è sempre stato restio ai compromessi. Utilizzava l'arte per indagare sul modo che lo circondava, sapeva coglierne le contraddizioni, sfuggiva dai luoghi comuni per realizzare opere destinate a non avere tempo. Era amico di Farulli, ma l'immagine della classe operaia, per lui che in fabbrica ci lavorava, era assai meno mitica di "costruttori" del maestro fiorentino. La retrospettiva in corso ci dà uno spaccato sufficientemente significativo delle sua produzione artistica, dai primi olii realizzati ancor 17enne all'Elba a quelli degli anni Cinquanta-Sessanta. Un Guantini molto diverso quello che si fermava a dipingere la "Fattoria Ilva" ne 1951 o il Carbonaio nel 1953. Negli anni Settanta sono i corpi a prendere il sopravvento. Trilussa, Belli, l'Aretino diventano oggetto di straordinarie rivisitazioni. La religione, il sesso, il peccato e l'ipocrisia alimentano una serie di ironiche acqueforti. Il meglio di sè Guantini lo dà nei tratti eleganti del suo disegno, disseminato di sfuggenti particolari, e in decine di incisioni eseguite in quel periodo. Vescovi e fratacchioni lussuriosi presi dalla tentazione della carne, piuttosto che dalla salvezza dell'anima. Della fine degli anni Settanta sono poi gli eccezionali disegni realizzati con la penna biro. Ottantratré sono stati acquisiti dagli Uffizi nel 1991. Una tecnica originale in cui Guantini sembra irraggiungibile, capace di restituire un'assoluta profondità al suo chiaroscuro, come nel "Meriggio", nel "Pittore e la modella" e in tanti altri. Il periodo del "buen retiro" a San Quirico d'Orcia è quello della produzione delle Madonne, sempre umane, a volte persino bruttine e grasocce. Donne, prima che madri di Gesù. Ma ci sono anche le nuove ossessioni, la guerra che imperversa nei Balcani lo ispira a realizzare un inquietante presepe infiammato. A Vieste, dove con alcuni amici approda per interessi archeologici, Guantini entra in chiesa, fa amicizia col parroco e dipinge il suo San Francesco, un santo ecologico in un paesaggio che insieme richiama quello toscano e quello pugliese. Nel 1998 torna a Piombino e presenta a Palazzo Appiani un'antologica con oltre cento opere. Continua a progettare, a lavorare e divertirsi. Al Castello nell'estate 2004 presenta la raccolta "Carne tra gioco e ossessione", ventitrè tempere stampate anche in fotolitografie. E' l'erotismo divertito, colto fuori dal mito e dalle pruderie che torna. Difficile trovare oscenità in quei disegni, dove ad alleggerire ci sono cavalli di legno, uomini con assurdi baffetti, barchette di carta e cappelini. Le immagini dei vescovi peccaminosi degli anni Settanta, si liberano nella rappresentazione di un sesso smitizzato e giocoso.
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