Il Tirreno

Chieste ma non ottenute dal pm Mannucci misure cautelari per Zottola, Mazzerbo e Madonna

San Giacomo, tre i filoni d'indagine

Valentina Landucci
San Giacomo, tre i filoni d'indagine

Sfruttamento dei detenuti, formazione e edilizia: la ricostruzione dell'accusa

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 PORTO AZZURRO. Un quadro accusatorio complesso, fatto di singoli episodi ricostruiti attraverso un lavoro di indagine che ha investito, a 360 gradi e per un intero anno, l'attività della cooperativa San Giacomo. A 48 ore dall'ufficializzazione dell'invio di 13 avvisi di garanzia cominciano a emergere, con più chiarezza, alcuni dei fatti contestati nell'ambito dell'indagine della guardia di finanza e il contesto nel quale ha preso il via l'inchiesta sulla cooperativa, legato a rapporti non sempre sereni tra l'area trattamentale dell'istituto, con a capo uno degli indagati, Domenico Zottola, e quella più strettamente legata alla polizia penitenziaria.  Prima denunce e ispezioni del provveditorato regionale della penitenziaria. Poi l'inchiesta, partita nel luglio del 2009 a seguito della denuncia di un detenuto fino a poco tempo prima impiegato nella cooperativa. Al termine la richiesta - respinta dal gip Gianmarco Marinai del tribunale di Livorno sulla base di un'ampia valutazione dell'impianto accusatorio - di misure cautelari per tre degli indagati: Zottola, il direttore del carcere Carlo Mazzerbo e l'assistente capo della penitenziaria Sergio Madonna. Infine gli avvisi di garanzia sulla base di tre filoni d'indagine.  Il rapporto con i detenuti. Da un lato c'è il presunto sfuttamento nei confronti di alcuni detenuti (14 in tutto): la minaccia di licenziamento o di revoca dei benefici di legge rispetto al regime detentivo per farli lavorare in condizioni di scarsa sicurezza o oltre l'orario previsto. Il pm a capo dell'indagine, il dottor Massimo Mannucci, ipotizza il reato di concussione nei confronti di Mazzerbo, Zottola, il socio lavoratore della cooperativa Nicola Paradiso, l'impiegato della stessa Paolo Piga e di Madonna. L'ipotesi di concussione è poi attribuita a Zottola per aver ottenuto, secondo l'ipotesi dell'accusa, beni materiali da uno degli indagati, Paradiso, in cambio del beneficio della semilibertà. Stessa accusa per Madonna che avrebbe abusato dei propri poteri per ottenere da un detenuto un computer e l'incasso della vendita di olio e frutta. Ancora nei confronti di Zottola l'ipotesi di appropriazione indebita perché avrebbe ottenuto da Paolo Piga risorse economiche destinate all'acquisto di prodotti elettronici.  I corsi. Il secondo filone dell'indagine è invece legato ai corsi di formazione organizzati dalla cooperativa per i quali i docenti avrebbero percepito stipendi per un monte ore in alcuni casi superiore a quello effettivamente svolto. In pratica, per l'accusa, un'ipotesi di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche dato che i corsi - nello specifico per la lavorazione del vetro e della ceramica e per la produzione editoriale rivolta ai disabili visivi - la cooperativa avrebbe ottenuto finanziamenti da vari enti per oltre 100mila euro. A questo proposito sono coinvolti nell'indagine in qualità di docenti e tutor dei corsi Michelangelo Meola, Elena Pascale, Paolo Talucci, Vincenzo Camaretta, Riccardo Rebua e Claudia Lorenzini.  I lavori. Infine il filone che potremmo definire edilizio. Da un lato l'ipotesi di reato ambientale, che coinvolge un professionista elbano, Alessandro Bigio, per aver scaricato e sotterrato in un campo di Porto Azzurro materiali nocivi provenienti da un cantiere edile. Dall'altro l'assegnazione dei lavori di disboscamento a Pianosa, in relazione a una gara del Parco dell'Arcipelago nell'ambito del progetto Life-Natura, in maniera non regolare, cioè sulla base di un progetto che riportava la firma, falsa, dell'allora presidente della cooperativa.

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