Il Tirreno

“ LE SERVE” A CAMPIGLIA MARITTIMA

Rileggo Genetperchè alle guerre non c'è mai fine

M. Antonietta Schiavina
Una scena dello spettacolo “Le serve” del regista palestinese Akram Telawe
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Una scena dello spettacolo “Le serve” del regista palestinese Akram Telawe

«Provengo da un Paese, la Palestina, che soffre da tanto tempo a causa della guerra, ma dopo aver viaggiato per lavoro in un lungo e in largo mi sono reso conto che la guerra, anche se sotto altre facce esiste dovunque, indipendentemente dalla cultura o dalla religione e ognuno di noi è tormentato da eterni conflitti, invidie, rancori, incertezze, frustrazioni, insoddisfazioni...

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CAMPIGLIA MARITTIMA. Per questo sono convinto - e nel doverlo ammettere provo dolore, poiché mi ritengo un uomo di pace- che nel nostro pianeta la pace non esisterà mai».

Con queste parole il regista palestinese Akram Telawe, spiega la scelta di portare in scena la sua versione del dramma "Le Serve" di Jean Genet, un testo che da tanto tempo manca nei cartelloni dei teatri italiani - se si esclude la splendida recente versione con Franca Valeri, Anna Maria Guarnieri e Patrizia Zappa Mulas - e che ha sempre avuto come protagoniste attrici di una certa età, contrariamente alla versione di Telawe che ha fortemente voluto come protagoniste del suo spettacolo tre giovani interpreti.

«Il mio intento - dice il regista che ha sposato una piombinese, il soprano Giuliana Mettini, e dal 2000 vive con lei e il loro figlio Ismael a Suvereto - è quello di raccontare una storia scritta molti anni fa ma ancora attualissima. Per questo ho lasciato completamente integro il testo, cambiando solo l'ambientazione della vicenda che non si svolge come nel soggetto di Genet nella villa di una ricca signora, ma in un carcere femminile, dove le protagoniste, giovani donne inquiete, frustrate e tremendamente sole, giocano a inventarsi i ruoli di serva e padrona in un intreccio perverso».

«Voglio lasciar trasparire da questo spettacolo - rivela Akram Telawe - soprattutto la forza delle parole, in modo che, fra le righe, si intuisca la disperazione di un dialogo, che mette a nudo, pur essendo talvolta perfino ironico, il destino segnato delle differenze sociali».

Il dramma di Jean Genet, portato con successo nei teatri di tutto il mondo, mantiene vivissima la tensione di una storia ispirata a un crimine vero.

Una vicenda oscura che nasconde morbosità e odio, ma anche grande fragilità. Una storia di vita che si ritrova spesso nelle nostre cronache, dove la continua voglia di emergere, nascosta in ognuno di noi, ci fa superare talvolta il limite.

Per renderla meno cupa il regista ha inserito fra i dialoghi, e talvolta insieme ai dialoghi, molte musiche. «Perché la musica - spiega Telawe - va contro le guerre, contro le differenze, così come ogni arte, perché l'arte non ha bisogno di traduzioni».

«Spesso - continua il regista che con il suo spettacolo andrà prima di tutto nei teatri della Toscana e poi in tournée per l'Italia - mi è stato chiesto di parlare del mio Paese, dei conflitti fra palestinesi e israeliani, dell'intifada, di politica. Ma io mi sono sempre rifiutato: ho amici di ogni etnia e religione, per me gli uomini sono tutti uguali, i buoni e i cattivi si trovano dappertutto... Sono un attore e un regista, non faccio politica ma arte. Ed è soltanto attraverso l'arte che voglio arrivare alla gente».

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