PIOMBINO
«Tre mesi per salvare il tubificio»
Giorgio Pasquinucci
A Piombino abbiamo investito per riconvertire le nostre produzioni, ma il margine resta a livelli troppo bassi
3 MINUTI DI LETTURA
PIOMBINO. La Tenaris-Dalmine conferma il suo piano dei tagli produttivi ed occupazionali (1.024 esuberi), ma nel contempo si dichiara «disponibile al dialogo con i sindacati e le istituzioni per ricercare soluzioni soddisfacenti per tutte le parti sociali». Lo hanno ribadito ieri in consiglio comunale l'ingegnere Antonio Caprera, direttore operativo del Gruppo, è l'ingegner Giovanni Piazza, responsabile del tubificio piombinese. Insomma, nessun indietreggiamento sulle ragioni che stanno alla base del piano, ma tentativo di cercare una, seppur difficile, soluzione condivisa.
Un'analisi fredda quella presentata dall'ingegner Caprera. «La produzione del Gruppo in Italia registra ad oggi una contrazione del 40%. Su una produzione mondiale di 35 milioni di tonnellate di tubi saldati, la Cina da sola è in grado di realizzarne 29 milioni e assicurare l'intero fabbisogno mondiale di tubi senza saldatura. In questa situazione è nostro dovere guardare al futuro del mondo siderurgico per affrontarlo e mantenere la nostra presenza produttiva per i prossimi anni».
La Dalmine nel piano ha messo anche 114 milioni di investimenti, che sono tuttavia concentrati in settori produttivi dove può conservare la sua leadership, ciò quella dei tubi di profondità per le estrazioni petrolifere, dove Tenaris è presente con 13 milioni di tonnellate e produzioni di alta qualità. «Diversa - ha spiegato l'ingegner Caprera - la situazione nel segmento di tubi da mezzo pollice a tre, dove non si intravede un futuro che vada oltre i 4-5 anni». Da qui il ridimensionamento degli stabilimenti di Costa Volpino e di Arcore e l'ipotesi di chiusura di Piombino.
«A Piombino abbiamo investito per riconvertire la produzione, ma il margine resta il più basso di quello del Gruppo», ha sostenuto il dirigente Dalmine che, tuttavia, subito dopo ha affrontato quello che sembra essere il vero nodo di questa vicenda. «Ci sono oneri rilevanti - ha sostenuto riferendosi alle bonifiche - che non possiamo sopportare: questo significherebbe infatti escludere qualsiasi possibilità di margine per 15 anni».
Tra danno ambientale, messa in sicurezza della falda (progetto Mise) e bonifiche dei terreni, la Dalmine dovrebbe pagare circa 26 milioni. In consiglio comunale l'ingegner Piazza si è lasciato andare ad un piccolo sfogo: «Non vogliamo sottrarci alle bonifiche, vogliamo solo pagare il giusto». E durante una pausa della discussione precisa ancora meglio: «Abbiamo acquisito lo stabilimento nel 1996 da un'altra azienda, abbiamo fatto interventi ambientali e siamo disponibili a pagare per bonificare le discariche che noi abbiamo realizzato. Non siamo disponibili invece a pagare sulla base di una ripartizione a metro quadro occupato dalle industrie, come prevede il progetto del ministero dell'ambiente».
Quali speranze ci sono per la sopravvivenza del tubificio di Piombino? «Abbiamo aperto un dialogo coi sindacati, le istituzioni e i lavoratori - sostiene l'ingegner Caprera - Passi in avanti sono stati fatti. A giorni firmeremo l'accordo sul rinnovo dei canoni demaniali e con la Regione e le istituzioni locali si è aperto un percorso, che tuttavia non deve essere troppo lungo. Diciamo che contiamo di concludere un accordo sul Mise tra la fine dell'anno e l'inizio del prossimo. Ci sono tanti ostacoli ancora di fronte a noi, ma ci metteremo tutto il nostro impegno: la famiglia Rocca ha una profonda cultura industriale e non vogliamo uscire da nessun business».
Più incerte diventano le risposte dei dirigenti Dalmine alla domanda secca: si può evitare la chiusura qualora venissero ridotti gli oneri delle bonifiche? «Prima ci sono delle precondizioni da risolvere - dice l'ingegner Caprera - potremo rispondere fra tre mesi, quando sapremo con certezza se e come i problemi saranno risolti. Per ora siamo soddisfatti della linea presa da Regione, istituzioni locali e sindacati, che hanno reagito con tempestività».
Un'analisi fredda quella presentata dall'ingegner Caprera. «La produzione del Gruppo in Italia registra ad oggi una contrazione del 40%. Su una produzione mondiale di 35 milioni di tonnellate di tubi saldati, la Cina da sola è in grado di realizzarne 29 milioni e assicurare l'intero fabbisogno mondiale di tubi senza saldatura. In questa situazione è nostro dovere guardare al futuro del mondo siderurgico per affrontarlo e mantenere la nostra presenza produttiva per i prossimi anni».
La Dalmine nel piano ha messo anche 114 milioni di investimenti, che sono tuttavia concentrati in settori produttivi dove può conservare la sua leadership, ciò quella dei tubi di profondità per le estrazioni petrolifere, dove Tenaris è presente con 13 milioni di tonnellate e produzioni di alta qualità. «Diversa - ha spiegato l'ingegner Caprera - la situazione nel segmento di tubi da mezzo pollice a tre, dove non si intravede un futuro che vada oltre i 4-5 anni». Da qui il ridimensionamento degli stabilimenti di Costa Volpino e di Arcore e l'ipotesi di chiusura di Piombino.
«A Piombino abbiamo investito per riconvertire la produzione, ma il margine resta il più basso di quello del Gruppo», ha sostenuto il dirigente Dalmine che, tuttavia, subito dopo ha affrontato quello che sembra essere il vero nodo di questa vicenda. «Ci sono oneri rilevanti - ha sostenuto riferendosi alle bonifiche - che non possiamo sopportare: questo significherebbe infatti escludere qualsiasi possibilità di margine per 15 anni».
Tra danno ambientale, messa in sicurezza della falda (progetto Mise) e bonifiche dei terreni, la Dalmine dovrebbe pagare circa 26 milioni. In consiglio comunale l'ingegner Piazza si è lasciato andare ad un piccolo sfogo: «Non vogliamo sottrarci alle bonifiche, vogliamo solo pagare il giusto». E durante una pausa della discussione precisa ancora meglio: «Abbiamo acquisito lo stabilimento nel 1996 da un'altra azienda, abbiamo fatto interventi ambientali e siamo disponibili a pagare per bonificare le discariche che noi abbiamo realizzato. Non siamo disponibili invece a pagare sulla base di una ripartizione a metro quadro occupato dalle industrie, come prevede il progetto del ministero dell'ambiente».
Quali speranze ci sono per la sopravvivenza del tubificio di Piombino? «Abbiamo aperto un dialogo coi sindacati, le istituzioni e i lavoratori - sostiene l'ingegner Caprera - Passi in avanti sono stati fatti. A giorni firmeremo l'accordo sul rinnovo dei canoni demaniali e con la Regione e le istituzioni locali si è aperto un percorso, che tuttavia non deve essere troppo lungo. Diciamo che contiamo di concludere un accordo sul Mise tra la fine dell'anno e l'inizio del prossimo. Ci sono tanti ostacoli ancora di fronte a noi, ma ci metteremo tutto il nostro impegno: la famiglia Rocca ha una profonda cultura industriale e non vogliamo uscire da nessun business».
Più incerte diventano le risposte dei dirigenti Dalmine alla domanda secca: si può evitare la chiusura qualora venissero ridotti gli oneri delle bonifiche? «Prima ci sono delle precondizioni da risolvere - dice l'ingegner Caprera - potremo rispondere fra tre mesi, quando sapremo con certezza se e come i problemi saranno risolti. Per ora siamo soddisfatti della linea presa da Regione, istituzioni locali e sindacati, che hanno reagito con tempestività».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google