Solo braccia per le aziende
L'impresa volta le spalle ai diplomati
Mauro Zucchelli
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Studenti davanti ai quadri, il diploma serve sempre meno a trovare lavoroTempi duri per chi esce dalle scuole superiori con un bel "pezzo di carta" in tasca e pensa che basti ad aprirgli le porte del futuro. Lo dice l'ultimo Rapporto Excelsior. Il rapporto racconta che la nostra provincia è fra le cinque in tutta Italia che ai giovani diplomati offrono meno speranze di trovare occupazione
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PIOMBINO. Tempi duri per chi esce dalle scuole superiori con un bel "pezzo di carta" in tasca e pensa che basti ad aprirgli le porte del futuro. Lo dice l'ultimo Rapporto Excelsior.
Il rapporto racconta che la nostra provincia è fra le cinque in tutta Italia che ai giovani diplomati offrono meno speranze di trovare occupazione.
Sono 3.540 le assunzioni non stagionali annunciate dal dossier che Unioncamere ha realizzato per il ministero del lavoro andando di provincia in provincia per bussare alla porta di un (largo) campione di imprenditori e chiedere l'identikit preciso delle assunzioni messe in programma per i prossimi due anni.
Qui da noi per meno di una su tre (solo il 29,8%) viene chiesto il diploma. Tanto per avere un'idea di come va il resto della Toscana: a Pisa è il 40% tondo tondo, la media regionale arriva al 41,2% e Lucca vola al 55,2%. Peggio della nostra provincia se la cavano soltanto L'Aquila, Caltanissetta, Viterbo e Isernia.
Qualifiche ko. Le cose vanno appena un po' meglio per chi ha conquistato la qualifica al termine del triennio dell'istituto professionale: in questo caso Livorno non è proprio in piena zona retrocessione, comunque in non più di 25 province in tutto il Paese le aziende mostrano un così basso fabbisogno di qualificati.
Colpa del fatto che le imprese vogliono principalmente personale senza qualifica, braccia e stop: tutt'al più con la scuola dell'obbligo ma, a pensarci bene, si potrebbe fare a meno anche di quella. E' di gran lunga la fetta più grossa: 43 assunzioni ogni 100 annunciate ricadono in questa categoria. Ci sorpassano soltanto L'Aquila, Viterbo, Trapani, Avellino, Oristano, Caltanissetta, Vibo Valentia, Isernia e Macerata. Lontano dal resto della Toscana, se è vero che siamo ben nove punti al di sopra dello standard regionale (con Pisa al 30,1%, Firenze al 26,5% e Lucca al 25,5%).
Braccia, non cervelli. Non è una novità che il sistema produttivo livornese chieda braccia anziché cervelli: lo attestano le precedenti edizioni di questo "rapporto". La sorpresa è semmai che stavolta si sposti sui diplomati un problema che finora riguardava la fascia più alta delle qualifiche, quelle con la laurea. Chi è uscito dall'università con il titolo di "dott.", "arch." o "ing." adesso sembra avere addirittura qualche chance in più, a dispetto dello tsunami della crisi: negli anni scorsi Livorno era stata la Cenerentola in Toscana nella richiesta di manodopera laureata, quest'anno invece - almeno nelle dichiarazioni d'intenti raccolte dall'équipe di Excelsior - mostra per i laureati qualche sbocco in più. Anzi, quasi il doppio rispetto a dieci anni fa.
Laureati al 10%. Poco meno di una assunzione su dieci nell'arco del prossimo biennio in provincia di Livorno riguarderà laureati: parola della più capillare ricerca condotta in Italia in questo settore e secondo una modalità collaudata. Per la precisione: il 9,4%. In linea con la media toscana, e questo in passato non accadeva: basti dire che la quota di assunzioni con la laurea arriverà solo al 7,5% a Arezzo, al 6,7% a Prato e al 6,3% a Siena (che pure ha una solida università), superando a malapena la soglia del 5% a Lucca e a Massa oppure rimanendo inchiodata al 4% a Grosseto.
Meglio di noi in Toscana solo Pisa (13,6%), Firenze (13,3%) e Pistoia (10,8%). Ma il balzo da maglia nera a un gradino sotto il podio regionale segnala che qualcosa dev'essere cambiato nella "pancia" dell'apparato produttivo della nostra città: difficile da intercettare e tuttavia è cambiato.
Fine dell'equilibrio. Sembra rompersi, cioè, quell'assetto che, in un equilibrio peraltro sempre instabile, nell'ultimo decennio si era costruito fra gli orientamenti degli studenti, le aspettative delle famiglie, il fabbisogno delle imprese e l'offerta del sistema di istruzione (università compresa).
Un dossier della Provincia della primavera dello scorso anno aveva provato a dar conto della "relazione tra domanda e offerta di lavoro di diplomati nel periodo 2002-2007 (con previsioni fino al 2010)": l'aveva fatto segnalando che fra quanti erano usciti dal liceo, a tre anni dal diploma i senza lavoro erano più del doppio di quanti avevano fatto la maturità tecnica o professionale (oltre il 40% contro meno del 20%). Eppure - questa la tesi dell'indagine - si era riscontrato un sostanziale equilibrio fra quanti diplomati produceva la scuola e quanti ne chiedevano le aziende. Ora quest'equilibrio, ammesso che non abbia poggiato anche su un mare di precariato, comunque non c'è più: un'altra conseguenza della crisi delle grandi fabbriche?
Il rapporto racconta che la nostra provincia è fra le cinque in tutta Italia che ai giovani diplomati offrono meno speranze di trovare occupazione.
Sono 3.540 le assunzioni non stagionali annunciate dal dossier che Unioncamere ha realizzato per il ministero del lavoro andando di provincia in provincia per bussare alla porta di un (largo) campione di imprenditori e chiedere l'identikit preciso delle assunzioni messe in programma per i prossimi due anni.
Qui da noi per meno di una su tre (solo il 29,8%) viene chiesto il diploma. Tanto per avere un'idea di come va il resto della Toscana: a Pisa è il 40% tondo tondo, la media regionale arriva al 41,2% e Lucca vola al 55,2%. Peggio della nostra provincia se la cavano soltanto L'Aquila, Caltanissetta, Viterbo e Isernia.
Qualifiche ko. Le cose vanno appena un po' meglio per chi ha conquistato la qualifica al termine del triennio dell'istituto professionale: in questo caso Livorno non è proprio in piena zona retrocessione, comunque in non più di 25 province in tutto il Paese le aziende mostrano un così basso fabbisogno di qualificati.
Colpa del fatto che le imprese vogliono principalmente personale senza qualifica, braccia e stop: tutt'al più con la scuola dell'obbligo ma, a pensarci bene, si potrebbe fare a meno anche di quella. E' di gran lunga la fetta più grossa: 43 assunzioni ogni 100 annunciate ricadono in questa categoria. Ci sorpassano soltanto L'Aquila, Viterbo, Trapani, Avellino, Oristano, Caltanissetta, Vibo Valentia, Isernia e Macerata. Lontano dal resto della Toscana, se è vero che siamo ben nove punti al di sopra dello standard regionale (con Pisa al 30,1%, Firenze al 26,5% e Lucca al 25,5%).
Braccia, non cervelli. Non è una novità che il sistema produttivo livornese chieda braccia anziché cervelli: lo attestano le precedenti edizioni di questo "rapporto". La sorpresa è semmai che stavolta si sposti sui diplomati un problema che finora riguardava la fascia più alta delle qualifiche, quelle con la laurea. Chi è uscito dall'università con il titolo di "dott.", "arch." o "ing." adesso sembra avere addirittura qualche chance in più, a dispetto dello tsunami della crisi: negli anni scorsi Livorno era stata la Cenerentola in Toscana nella richiesta di manodopera laureata, quest'anno invece - almeno nelle dichiarazioni d'intenti raccolte dall'équipe di Excelsior - mostra per i laureati qualche sbocco in più. Anzi, quasi il doppio rispetto a dieci anni fa.
Laureati al 10%. Poco meno di una assunzione su dieci nell'arco del prossimo biennio in provincia di Livorno riguarderà laureati: parola della più capillare ricerca condotta in Italia in questo settore e secondo una modalità collaudata. Per la precisione: il 9,4%. In linea con la media toscana, e questo in passato non accadeva: basti dire che la quota di assunzioni con la laurea arriverà solo al 7,5% a Arezzo, al 6,7% a Prato e al 6,3% a Siena (che pure ha una solida università), superando a malapena la soglia del 5% a Lucca e a Massa oppure rimanendo inchiodata al 4% a Grosseto.
Meglio di noi in Toscana solo Pisa (13,6%), Firenze (13,3%) e Pistoia (10,8%). Ma il balzo da maglia nera a un gradino sotto il podio regionale segnala che qualcosa dev'essere cambiato nella "pancia" dell'apparato produttivo della nostra città: difficile da intercettare e tuttavia è cambiato.
Fine dell'equilibrio. Sembra rompersi, cioè, quell'assetto che, in un equilibrio peraltro sempre instabile, nell'ultimo decennio si era costruito fra gli orientamenti degli studenti, le aspettative delle famiglie, il fabbisogno delle imprese e l'offerta del sistema di istruzione (università compresa).
Un dossier della Provincia della primavera dello scorso anno aveva provato a dar conto della "relazione tra domanda e offerta di lavoro di diplomati nel periodo 2002-2007 (con previsioni fino al 2010)": l'aveva fatto segnalando che fra quanti erano usciti dal liceo, a tre anni dal diploma i senza lavoro erano più del doppio di quanti avevano fatto la maturità tecnica o professionale (oltre il 40% contro meno del 20%). Eppure - questa la tesi dell'indagine - si era riscontrato un sostanziale equilibrio fra quanti diplomati produceva la scuola e quanti ne chiedevano le aziende. Ora quest'equilibrio, ammesso che non abbia poggiato anche su un mare di precariato, comunque non c'è più: un'altra conseguenza della crisi delle grandi fabbriche?
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