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Quando vincere significa la condanna ad andarsene
Azzurra Saggini
L'argentino è stato l'artefice della promozione del Gardenhouse ma ora non potrà giocare in C1
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SAN VINCENZO. Quel che è certo è che quella maglia biancoverde, la sua numero 7, non potrà più mettersela. Per il resto, per adesso, nella testa di Leonardo Zanassi si agita solamente un punto interrogativo che investe la sua carriera e, di conseguenza, la sua famiglia. Argentino di La Plata, nato nel'74, ormai italiano di adozione e di cittadinanza, Leonardo Zanassi si trova a fare i conti con la sua classe che paradossalmente è diventata la sua croce e delizia. La ragione per cui è sceso in campo tutta la stagione, la promozione del Gardenhouse in C1, è anche il motivo per il quale è costretto a lasciare una squadra e un ambiente che gli hanno sempre fatto sentire un grande calore.
Sì, perché per quanto possa essere assurdo, un cestista che non ha svolto le giovanili in Italia non può che giocare dalla C2 in basso, oppure in A1 o A2. La C1 e la B sono vietate; regola che costringe l'ala argentina a chiudere qui il suo rapporto con San Vincenzo, dopo aver messo tanti punti a segno e un marchio inconfondibile alla promozione.
La perdita per il Gardenhouse è evidente, perché non sarà facile rimpiazzare un giocatore che ha alle spalle anni di serie A e un record che mette i brividi; ma soprattutto un uomo modesto, semplice, a cui brillano gli occhi limpidi quando parla del “suo” basket.
Cominciamo dalla fine, ovvero dal passaggio in C1 del Gardenhouse che la obbliga di fatto a lasciare San Vincenzo, un posto in cui tutti la adorano...
«Sapevo benissimo prima di scendere in campo contro la Liburnia in finale che cosa avrebbe significato una vittoria per me, per mia moglie Natalia e per mio figlio Franco di cinque anni: niente più San Vincenzo e un altro trasferimento dietro l'angolo. D'altronde, però, io sono un professionista e non potevo che ripagare nell'unico modo possibile chi aveva riposto in me la sua fiducia, trascinando la squadra verso il successo. E' chiaro che avere la consapevolezza di essere il proprio boia non è facile, ma d'altra parte non avrei potuto fare diversamente. Alla fine della partita ero stranito: guardavo i miei compagni e leggevo nei loro occhi: “ecco, ora dovrà andarsene”. Ci si può immaginare come mi sento a dover lasciare per un motivo del genere. E' dura dover ricominciare tutto da capo ma d'altra parte questo è il destino degli atleti».
Questo problema non riguarda solamente lei. Si è mosso qualcuno per risolvere la situazione?
«Quando sono arrivato in Italia, quattro anni fa, voci di corridoio dicevano che ci sarebbe stato il lasciapassare per coloro che facevano due stagioni in C2 o che vincevano il campionato. In realtà da allora non è cambiato nulla e io sono molto deluso. Io ho il passaporto italiano, la residenza, voto qui da due anni e mi sono integrato alla perfezione, ma tutto questo purtroppo non conta. Sono assolutamente d'accordo che ci voglia un occhio di riguardo nei confronti delle proprie giovanili, perciò sarebbe logico mettere dei paletti ma non impedire del tutto di poter giocare in certe categorie. Oltretutto questo espediente è un'arma a doppio taglio perché, a mio giudizio, la C2 dovrebbe essere un campionato in cui i giovani potrebbero mettersi in mostra e invece devono lasciare spazio a chi ha più esperienza e potrebbe giocare benissimo in categorie superiori. I procuratori di alcuni giocatori argentini hanno tentato di far ricorso affinché chi aveva vinto il campionato potesse proseguire la sua avventura con la stessa squadra almeno in C1, ma il Tar ha fugato qualsiasi speranza».
Adesso ha 33 anni e gioca da quando ne aveva 9. Nel mezzo una vita, un mare di esperienze e una famiglia a cui è legatissimo...
«Ho iniziato a giocare a basket e calcio, come tutti i bambini. Poi l'altezza mi ha fatto optare per la via più ovvia che nel giro di breve tempo è diventata una scelta di vita. A 15 anni ero già un professionista perché da Beriso mi sono trasferito al Boca Junior e lì ho iniziato a vivere da solo, a 60 km da casa. Non erano molti ma all'epoca non mi sembrava neppure una distanza trascurabile. Figurarsi che in quel periodo mi proposero di fare una serie di provini per squadre italiane, ma rifiutai perché non volevo lasciare l'Argentina. Poi è arrivata l'ingaggio in serie A col Peñarol, a 22 anni. Quello è stato un momento importante nella mia vita, non solo a livello professionale, perché mi sono sposato con Natalia. Eravamo giovanissimi, io 22 anni, lei appena 20».
Da lì un valzer sempre in serie A tra Ferrocarril, Central Entrerriano e Regatas Corrientes per poi approdare in Italia.
«Siamo arrivati nel 2003, dicendoci che sarebbe stata una esperienza di vita. La prima stagione ho vestito la maglia dell'Urbania, con cui ho vinto subito il campionato di C2. L'anno successivo, invece, sono andato a Cagli, ma non sono riuscito a ripetermi perché abbiamo perso la finale. E poi è arrivata la proposta di San Vincenzo. Sono arrivato quando il gruppo si era già formato ma mi sono sentito subito a mio agio. I compagni sono stati davvero fantastici e la società e l'allenatore si sono fatti in quattro ogni volta che abbiamo avuto qualche necessità. Qui tutti ci vogliono bene e per noi questo è fondamentale perché non abbiamo nessuno qui in Italia».
Già, l'Argentina. Che rapporto ha con la sua terra?
«Ci sono nato, sono legato al mio paese e ai miei parenti e amici che stanno là. Mi rendo conto che c'è la tendenza a distorcere un po' la realtà da lontano: in Argentina non si sta poi così male. Certo, l'inflazione rappresenta un problema non da poco, ma se hai un buon lavoro te la cavi. I primi anni di Italia sono riuscito a tornare a casa al termine di ogni campionato, per cui mi sono sorbito quattro inverni di fila in due anni, visto che da noi fa freddo quando qui è caldo e viceversa. L'ultima volta che sono stato via è stato lo scorso dicembre per soli dodici giorni. Sono tornato a San Vincenzo, ho messo giù il piede dall'aereo ed ero già a giocare col Garden».
Tra l'altro è proprio in Argentina che ha messo a segno un record incredibile: 13 canestri da tre in una partita.
«Sì, era nella stagione '96-97, avevo 22 anni e giocavo al Peñarol. Una partita di quelle in cui tutto fila per il meglio e segni punti da ogni parte. Io non avevo certamente tenuto il conto dei canestri durante la gara. Mi sono reso conto di cosa avevo fatto solamente quando a un paio di minuti dalla fine il match è stato interrotto e tutti mi hanno portato in trionfo. E' stato bellissimo anche perché c'era tutta la mia famiglia a vedermi».
Che differenze ha riscontrato tra il basket argentino e quello italiano?
«Le differenze più tangibili sono date dal fatto che ho giocato in serie diverse. Io sono un tiratore, per cui in Argentina avevo un compito ben preciso. Qui il livello è più basso, ovviamente, per cui devo giocare in modo diverso e fare un po' di tutto. E' chiaro che qui è giusto prendersi più responsabilità, del resto questa è la mia professione. I miei compagni di squadra lavorano e poi vengono ad allenarsi, mentre per me il lavoro è il basket. La mattina mi sono sempre allenato un paio d'ore extra da solo o con Cioni, per un totale di circa quattro ore al giorno».
Il suo contributo al basket sanvincenzino non si è fermato alla prima squadra, visto che ha fatto il secondo a Nassi nella Under 18. Come si è trovato dall'altra parte della barricata?
«Benissimo. Tutti i ragazzi hanno sempre seguito i miei suggerimenti sia a livello tecnico che di motivazioni. Devo fare un plauso a Nassi che ha gestito con attenzione un gruppo di ragazzini che attraversano un'età delicata e a tutta la società in generale perché sta lavorando molto a livello di settore giovanile e si prodiga per la crescita dei propri atleti, basti pensare alla squadra Esordienti femminile che si allena con uno spirito davvero fantastico».
Il basket a San Vincenzo non le ha regalato solamente gioie in campo. Ci sono stati dei momenti che ricorda con particolare affetto?
«Due in particolare: la festa di fine campionato e l'usanza dei pasticcini. Per quel che riguarda i festeggiamenti, sabato scorso ci siamo divertiti davvero prima in giro a fare il carosello col pulmino, poi in palestra per un'amichevole contro la Promozione locale, prima della quale c'è stata una presentazione della squadra, con Bottoni magistrale speaker. E poi mi sono commosso di fronte a tutti i miei compagni quando hanno indossato la t-shirt con la scritta “C1 Leo 7” che riportava la nostra vittoria, il mio nome e numero di maglia. Alla fine, in preda alla gioia, ho giocato anche con le ragazzine. Per quanto concerne la storia dei pasticcini, ho imparato subito che qui, quando uno combina qualcosa, deve pagare dazio portando i pasticcini all'allenamento. La scorsa stagione l'ho scampata, sentendomene dire di tutti i colori. In realtà non sottostavo al rito proprio perché mi faceva ridere questo tormentone. Quest'anno avevo promesso che se avessimo vinto il campionato avrei finalmente accontentato tutti e così è andata. L'argentino ha portato i pasticcini».
C'è qualcuno in particolar modo che vuole rammentare o ringraziare per questa esperienza?
«I miei compagni in blocco, farei un torto a qualcuno se facessi nomi. L'unico che mi sento di citare, proprio perché è stato il mio capitano, è Simone Mencarelli, bravissimo a interpretare il suo ruolo. Per il resto una menzione speciale va alla società che ha rispettato tutte le sue promesse e al coach Paolo Cosimi, capace di mantenere l'equilibrio della squadra anche quando le cose giravano male e sarebbe stato facile perdere la testa».
E Leonardo Zanassi che cosa farà del suo futuro?
«Sto aspettando di valutare le proposte col mio procuratore, nel giro di un mesetto ne sapremo di più. Per il momento ci siamo mossi un pochino ma non c'è niente di concreto. Mi piacerebbe restare in zona, ma so che la mia famiglia ed io ci dobbiamo adattare. La vita va così. I sacrifici di oggi valgono il nostro domani. Quel che è certo è che io amo giocare, continuerei fino a cinquant'anni».
Sì, perché per quanto possa essere assurdo, un cestista che non ha svolto le giovanili in Italia non può che giocare dalla C2 in basso, oppure in A1 o A2. La C1 e la B sono vietate; regola che costringe l'ala argentina a chiudere qui il suo rapporto con San Vincenzo, dopo aver messo tanti punti a segno e un marchio inconfondibile alla promozione.
La perdita per il Gardenhouse è evidente, perché non sarà facile rimpiazzare un giocatore che ha alle spalle anni di serie A e un record che mette i brividi; ma soprattutto un uomo modesto, semplice, a cui brillano gli occhi limpidi quando parla del “suo” basket.
Cominciamo dalla fine, ovvero dal passaggio in C1 del Gardenhouse che la obbliga di fatto a lasciare San Vincenzo, un posto in cui tutti la adorano...
«Sapevo benissimo prima di scendere in campo contro la Liburnia in finale che cosa avrebbe significato una vittoria per me, per mia moglie Natalia e per mio figlio Franco di cinque anni: niente più San Vincenzo e un altro trasferimento dietro l'angolo. D'altronde, però, io sono un professionista e non potevo che ripagare nell'unico modo possibile chi aveva riposto in me la sua fiducia, trascinando la squadra verso il successo. E' chiaro che avere la consapevolezza di essere il proprio boia non è facile, ma d'altra parte non avrei potuto fare diversamente. Alla fine della partita ero stranito: guardavo i miei compagni e leggevo nei loro occhi: “ecco, ora dovrà andarsene”. Ci si può immaginare come mi sento a dover lasciare per un motivo del genere. E' dura dover ricominciare tutto da capo ma d'altra parte questo è il destino degli atleti».
Questo problema non riguarda solamente lei. Si è mosso qualcuno per risolvere la situazione?
«Quando sono arrivato in Italia, quattro anni fa, voci di corridoio dicevano che ci sarebbe stato il lasciapassare per coloro che facevano due stagioni in C2 o che vincevano il campionato. In realtà da allora non è cambiato nulla e io sono molto deluso. Io ho il passaporto italiano, la residenza, voto qui da due anni e mi sono integrato alla perfezione, ma tutto questo purtroppo non conta. Sono assolutamente d'accordo che ci voglia un occhio di riguardo nei confronti delle proprie giovanili, perciò sarebbe logico mettere dei paletti ma non impedire del tutto di poter giocare in certe categorie. Oltretutto questo espediente è un'arma a doppio taglio perché, a mio giudizio, la C2 dovrebbe essere un campionato in cui i giovani potrebbero mettersi in mostra e invece devono lasciare spazio a chi ha più esperienza e potrebbe giocare benissimo in categorie superiori. I procuratori di alcuni giocatori argentini hanno tentato di far ricorso affinché chi aveva vinto il campionato potesse proseguire la sua avventura con la stessa squadra almeno in C1, ma il Tar ha fugato qualsiasi speranza».
Adesso ha 33 anni e gioca da quando ne aveva 9. Nel mezzo una vita, un mare di esperienze e una famiglia a cui è legatissimo...
«Ho iniziato a giocare a basket e calcio, come tutti i bambini. Poi l'altezza mi ha fatto optare per la via più ovvia che nel giro di breve tempo è diventata una scelta di vita. A 15 anni ero già un professionista perché da Beriso mi sono trasferito al Boca Junior e lì ho iniziato a vivere da solo, a 60 km da casa. Non erano molti ma all'epoca non mi sembrava neppure una distanza trascurabile. Figurarsi che in quel periodo mi proposero di fare una serie di provini per squadre italiane, ma rifiutai perché non volevo lasciare l'Argentina. Poi è arrivata l'ingaggio in serie A col Peñarol, a 22 anni. Quello è stato un momento importante nella mia vita, non solo a livello professionale, perché mi sono sposato con Natalia. Eravamo giovanissimi, io 22 anni, lei appena 20».
Da lì un valzer sempre in serie A tra Ferrocarril, Central Entrerriano e Regatas Corrientes per poi approdare in Italia.
«Siamo arrivati nel 2003, dicendoci che sarebbe stata una esperienza di vita. La prima stagione ho vestito la maglia dell'Urbania, con cui ho vinto subito il campionato di C2. L'anno successivo, invece, sono andato a Cagli, ma non sono riuscito a ripetermi perché abbiamo perso la finale. E poi è arrivata la proposta di San Vincenzo. Sono arrivato quando il gruppo si era già formato ma mi sono sentito subito a mio agio. I compagni sono stati davvero fantastici e la società e l'allenatore si sono fatti in quattro ogni volta che abbiamo avuto qualche necessità. Qui tutti ci vogliono bene e per noi questo è fondamentale perché non abbiamo nessuno qui in Italia».
Già, l'Argentina. Che rapporto ha con la sua terra?
«Ci sono nato, sono legato al mio paese e ai miei parenti e amici che stanno là. Mi rendo conto che c'è la tendenza a distorcere un po' la realtà da lontano: in Argentina non si sta poi così male. Certo, l'inflazione rappresenta un problema non da poco, ma se hai un buon lavoro te la cavi. I primi anni di Italia sono riuscito a tornare a casa al termine di ogni campionato, per cui mi sono sorbito quattro inverni di fila in due anni, visto che da noi fa freddo quando qui è caldo e viceversa. L'ultima volta che sono stato via è stato lo scorso dicembre per soli dodici giorni. Sono tornato a San Vincenzo, ho messo giù il piede dall'aereo ed ero già a giocare col Garden».
Tra l'altro è proprio in Argentina che ha messo a segno un record incredibile: 13 canestri da tre in una partita.
«Sì, era nella stagione '96-97, avevo 22 anni e giocavo al Peñarol. Una partita di quelle in cui tutto fila per il meglio e segni punti da ogni parte. Io non avevo certamente tenuto il conto dei canestri durante la gara. Mi sono reso conto di cosa avevo fatto solamente quando a un paio di minuti dalla fine il match è stato interrotto e tutti mi hanno portato in trionfo. E' stato bellissimo anche perché c'era tutta la mia famiglia a vedermi».
Che differenze ha riscontrato tra il basket argentino e quello italiano?
«Le differenze più tangibili sono date dal fatto che ho giocato in serie diverse. Io sono un tiratore, per cui in Argentina avevo un compito ben preciso. Qui il livello è più basso, ovviamente, per cui devo giocare in modo diverso e fare un po' di tutto. E' chiaro che qui è giusto prendersi più responsabilità, del resto questa è la mia professione. I miei compagni di squadra lavorano e poi vengono ad allenarsi, mentre per me il lavoro è il basket. La mattina mi sono sempre allenato un paio d'ore extra da solo o con Cioni, per un totale di circa quattro ore al giorno».
Il suo contributo al basket sanvincenzino non si è fermato alla prima squadra, visto che ha fatto il secondo a Nassi nella Under 18. Come si è trovato dall'altra parte della barricata?
«Benissimo. Tutti i ragazzi hanno sempre seguito i miei suggerimenti sia a livello tecnico che di motivazioni. Devo fare un plauso a Nassi che ha gestito con attenzione un gruppo di ragazzini che attraversano un'età delicata e a tutta la società in generale perché sta lavorando molto a livello di settore giovanile e si prodiga per la crescita dei propri atleti, basti pensare alla squadra Esordienti femminile che si allena con uno spirito davvero fantastico».
Il basket a San Vincenzo non le ha regalato solamente gioie in campo. Ci sono stati dei momenti che ricorda con particolare affetto?
«Due in particolare: la festa di fine campionato e l'usanza dei pasticcini. Per quel che riguarda i festeggiamenti, sabato scorso ci siamo divertiti davvero prima in giro a fare il carosello col pulmino, poi in palestra per un'amichevole contro la Promozione locale, prima della quale c'è stata una presentazione della squadra, con Bottoni magistrale speaker. E poi mi sono commosso di fronte a tutti i miei compagni quando hanno indossato la t-shirt con la scritta “C1 Leo 7” che riportava la nostra vittoria, il mio nome e numero di maglia. Alla fine, in preda alla gioia, ho giocato anche con le ragazzine. Per quanto concerne la storia dei pasticcini, ho imparato subito che qui, quando uno combina qualcosa, deve pagare dazio portando i pasticcini all'allenamento. La scorsa stagione l'ho scampata, sentendomene dire di tutti i colori. In realtà non sottostavo al rito proprio perché mi faceva ridere questo tormentone. Quest'anno avevo promesso che se avessimo vinto il campionato avrei finalmente accontentato tutti e così è andata. L'argentino ha portato i pasticcini».
C'è qualcuno in particolar modo che vuole rammentare o ringraziare per questa esperienza?
«I miei compagni in blocco, farei un torto a qualcuno se facessi nomi. L'unico che mi sento di citare, proprio perché è stato il mio capitano, è Simone Mencarelli, bravissimo a interpretare il suo ruolo. Per il resto una menzione speciale va alla società che ha rispettato tutte le sue promesse e al coach Paolo Cosimi, capace di mantenere l'equilibrio della squadra anche quando le cose giravano male e sarebbe stato facile perdere la testa».
E Leonardo Zanassi che cosa farà del suo futuro?
«Sto aspettando di valutare le proposte col mio procuratore, nel giro di un mesetto ne sapremo di più. Per il momento ci siamo mossi un pochino ma non c'è niente di concreto. Mi piacerebbe restare in zona, ma so che la mia famiglia ed io ci dobbiamo adattare. La vita va così. I sacrifici di oggi valgono il nostro domani. Quel che è certo è che io amo giocare, continuerei fino a cinquant'anni».
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