Il Tirreno

«Potevo arbitrare in A, ma mi fecero fuori»

Luca Centini

I ricordi di Ennio Della Schiava, ex fischietto senza peli sulla lingua

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PIOMBINO. Lo pagavano con quarantamila lire per ogni gettone di presenza ed era solo la passione per lo sport che lo spingeva a indossare uniforme e fischietto nei campi da gioco sparsi per l’Italia. Ennio Della Schiava non è stato un semplice arbitro, ma è rimasto nell’immaginario di molti sportivi piombinesi, perché appartiene ad un mondo del calcio che non esiste più. Dopo aver dedicato anni prima alla carriera arbitrale e poi a dirigere il settore giovanile del Piombino, Della Schiava non ha perso la forza di dire quello che pensa.

Quando iniziò la sua carriera da arbitro?
«Erano i primi anni Settanta quando decisi di diventare arbitro di calcio. Sono partito dalle serie minori, ma in tre anni arrivai spedito in quarta serie. E pensare che prima di intraprendere questa carriera ero il primo a contestare i direttori di gara, perché non mi rendevo conto delle difficoltà legate a questo mestiere».

E’ arrivato ad un passo dal diventare professionista.
«Rimasi in quarta serie fino al ’75. Di certo non mi sono arricchito facendo l’arbitro. Mi pagavano con gettoni di presenza da quarantamila lire, ma spesso le trasferte erano lunghe e costose. Era solo la passione che mi spingeva ad andare avanti».

Il calcio è cambiato, ma gli arbitri sono sempre stati presi di mira.
«Anche allora arbitrare non era semplice. Mi ricordo una volta che andai in Sicilia per dirigere un incontro tra due squadre in lotta per non retrocedere. Mancavano cinque minuti e l’atmosfera dello stadio era bollente. Il risultato era fermo sull’1 a 1 e decisi di concedere un calcio di rigore. Meno male sbagliarono il tiro dal dischetto, poteva finire male!».

Quando ha deciso di smettere?
«Il 1975 era l’anno decisivo per poter fare il salto nei professionisti. Disputai delle ottime partite, ma al raduno di fine anno mi trovai tra gli arbitri esclusi. Protestai con i vertici Aia, ma non ci fu niente da fare. Dopo poco ho deciso di smettere».

Perché?
«Forse a qualcuno non piaceva la mia schiettezza. Se pensavo una cosa, la dicevo. Ad un raduno a Coverciano proposi di separare la Figc dall’Aia (Associazione italiana arbitri) in modo che gli arbitri non potessero subire l’influenza delle società più potenti. Si misero tutti a ridere, ma a distanza di anni si è visto quello che è accaduto».

Già, con Calciopoli l’immagine della classe arbitrale esce distrutta.
«Forse la deriva degli arbitri è stata amplificata un po’ troppo, ma non si può nascondere che i soldi abbiano lentamente avvelenato il mondo del calcio».

Archiviata la carriera da arbitro cosa ha fatto?
«Ho gestito fino all’ 81 il settore giovanile del Piombino. Mi piaceva lavorare con i ragazzi e poi nelle società di calcio c’è sempre bisogno di un dirigente con un passato da direttore di gara. Negli anni Settanta il Piombino era una buonissima squadra e l’entusiasmo nell’ambiente non mancava. Mi ricordo quando arbitrai le amichevoli disputate dai nerazzurri contro la Juventus di Paolo Rossi e la Fiorentina di Radice».

Ha qualche ricordo particolare legato a queste partite?
«Nella partita tra Piombino e Juventus mi è rimasto impresso un siparietto con Franco Causio. Fece il furbo per tutta la partita e mi toccò usare il pugno di ferro per metterlo in riga. Gli dissi che lo avrei espulso se avesse continuato con le proteste e alla fine mi dette ragione». Ricordi di un calcio piombinese a grandi livelli...
«C’era grande entusiasmo per la squadra della città. Un entusiasmo che con gli anni si è dissolto. Chiusi con l’Unione sportiva nell’ 81 e dissi che ero disposto a rientrare solo a patto che si chiudesse con il passato per ripartire da zero. Ci vuole uno stadio nuovo e gente disposta a investire in un progetto serio, affinché in città si riaccenda la voglia di calcio».

E sull’ipotesi della Coop al posto del Magona?
«Da sportivo non può che dispiacermi; il Magona rappresenta la storia calcistica della città. Vedere il progressivo degrado dello stadio in cui ho lasciato ricordi bellissimi mi ha fatto male, tuttavia c’è bisogno di fare tabula rasa per poi ripartire. E il modo migliore per farlo sarebbe costruire un nuovo impianto sportivo che possa rispondere alle esigenze di questi tempi».

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