Commercio
A Pescia i medici di famiglia devono avere 1.800 pazienti
Dal 1° luglio il nuovo massimale per far fronte a un pensionamento. E tra i dottori rimasti c’è anche chi valuta la rinuncia all’incarico
Pescia «Ah, il dottore di una volta, rispondeva sempre al telefono», o, ancora, «quando c’era bisogno lo chiamavi e veniva subito a casa»: quante volte, scorrendo i social, si trovano lamentele di questo genere rivolte ai medici di famiglia, accusati di non soddisfare tutte le richieste dei propri assistiti? Bene, mettetevi comodi, perché se il quadro attuale vi lascia scontenti, preparatevi, a brevissimo, a un drastico peggioramento della situazione e proprio in una zona dove queste lamentele sono particolarmente forti: ossia il territorio pesciatino. Sì, perché quelle lamentele, hanno diverse cause. Una (ma non l’unica) su tutte: il numero esorbitante di pazienti che quasi ogni medico è costretto a seguire. Ebbene, quel numero, che nell’Aft (ossia l’Aggregazione territoriale funzionale) di Pescia è già stato recentemente aumentato da 1.500 a 1.600 pazienti, dal primo luglio passerà a 1.800 (che poi, con i ricongiungimenti familiari, potrà salire di ulteriori decine di persone). Ora, è comprensibile che chi si sente male possa mandare al diavolo logica e matematica, ma a mente fredda è ovvio che con 1.800 persone da seguire è praticamente impossibile riuscire a soddisfare le esigenze di tutti. Nemmeno la dea Kalì con una giornata di 48 ore potrebbe rispondere a ogni telefonata, fare tutte le visite richieste e, al tempo stesso, fare le visite ambulatoriali. In tutto questo poi si aggiungono diversi aspetti, che contribuiscono a mitizzare la figura del “vecchio medico di famiglia”, il quale, oltre a non avere il cellulare, non aveva il carico burocratico abnorme dei “nuovi medici di famiglia” ( e che li costringe a dedicare il “tempo libero” del fine settimana a smaltire tutte le pratiche). Poi ci sarebbero altre mille questioni che rendono ben più complicato il lavoro del medico contemporaneo, a partire dall’evoluzione della stessa scienza medica, con quadri diagnostici decisamente più variegati, dove la semplice visita non basta più a dare risposte sicure (e da qui si finirebbe in un altro capitolo degno di approfondimento, quello della medicina difensiva).
Insomma, anche ignorando il caso (frequente) delle richieste incongrue, se il medico non risponde al telefono o non può venire a casa, c’è più di un perché. E a soffrire per questa situazione non sono solo gli assistiti, ma anche i medici stessi, che oltre ai carichi di lavoro che definire eccessivi è un eufemismo devono anche fare i conti con il peso delle responsabilità che il loro lavoro comporta, visto che parliamo di salute. Facendo una metafora banale è come portare a un meccanico, che in un giorno al massimo può riparare i freni di 15 vetture, 20 auto al giorno.
E veniamo al caso Pescia. Come detto il primo luglio un medico di famiglia (Stefano Tanganelli) andrà in pensione, e i suoi assistiti si troveranno a dover cercare un nuovo dottore, in un quadro dove i medici sono già pochissimi, e dove stanno andando deserte le risposte ai bandi Asl (che già indicano una carenza di undici dottori nell’Aft di Pescia). Ebbene, la soluzione adottata, che è pura teoria matematica, ma di difficile applicazione nella realtà, è appunto quella di aumentare il numero di pazienti a ogni dottore, portando il massimale a 1.800 assistiti. Questo, sarebbe stato fatto notare durante le varie riunioni, coinvolgendo tutti i medici e ignorando altre strade, come quella di procedere prima con la copertura totale dei posti liberi per quei medici che non hanno raggiunto il massimale (e ci sarebbero), e solo in un secondo momento suddividere i pazienti rimanenti tra tutti i dottori dell’Aft. Solo che questo meccanismo limiterebbe la facoltà di scelta da parte dell’assistito. Ed ecco così che sarebbe arrivata la pilatesca decisione di aumentare il massimale a tutti, senza nemmeno aspettare un paio di mesi (quando il mancato ingresso agli esami di specializzazione potrebbe procurare nuovi candidati alla medicina di famiglia).
Le soluzioni? Difficili da trovare. Un aiuto per esempio potrebbe arrivare da un servizio ad hoc per il trasporto dei pazienti dalle località più remote agli studi medici. Un altro grosso aiuto avrebbe potuto essere la creazione della casa di comunità a Pescia, ma - correva l’anno 2022 - il Comune avrebbe risposto che non aveva spazi disponibili per questo scopo, costringendo l’Asl a dirottare sulla più lontana Villa Ankuri, a Massa e Cozzile (Comune quindi tolto dall’Aft di Montecatini e inserito nell’Aft di Pescia). Il problema è serio dunque, e rischia di aggravarsi pesantemente nel giro di breve. Non solo per un ulteriore pensionamento previsto ad agosto, ma anche perché tra chi rimane lo stress e i carichi di lavoro e di responsabilità sono tali che già diversi medici, anche lontani dall’età pensionabile, starebbero manifestando l’intenzione di lasciare l’incarico. Il tutto mentre le nuove forze che si affacciano a questo mestiere, magari attraverso sostituzioni temporanee, vengono spinte a cambiare strada.
Insomma, il rischio, se non cambia qualcosa, è quello di passare a breve dal rimpianto “vecchio medico di famiglia” al “medico introvabile”, e nel senso letterale del termine.l
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
