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Montecatini

I problemi della sanità

Morì su una barella in ospedale a Pescia: l’Asl deve pagare 350mila euro. La sentenza

di Simona Peselli

	L'ospedale di Pescia
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L'ospedale di Pescia

La figlia in lacrime: «Mia mamma dimenticata tutta la notte senza cure adeguate»

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MONTECATINI. Aveva 75 anni Maria Giovanna Ruggiero. Aveva, perché Maria Giovanna è morta il 29 ottobre del 2021, alle dieci del mattino dopo essere stata “dimenticata” su una barella all’ospedale di Pescia. Per questo l’Asl Toscana Centro è stata condannata a pagare agli eredi un risarcimento di 350.302, 22 euro. Lo ha stabilito la sentenza del tribunale civile o di Firenze, firmata dal giudice Giuseppina Guttadauro, che ha accertato un «comportamento omissivo dei sanitari del pronto soccorso di Pescia nella determinazione del decesso».

«La responsabilità»

Il consulente tecnico incaricato dal giudice di accertare ciò che accadde quella notte ha rilevato che «la principale responsabilità da ascrivere ai sanitari consiste nella mancata correzione di un’ipovolemia ingravescente e nel mancato monitoraggio del quadro clinico nel periodo successivo alla diagnosi».
La perizia

Nella perizia si parla di «evento interamente imputabile al comportamento omissivo da parte dei sanitari del pronto soccorso dell’ospedale di Pescia. È infatti evidente che la malattia si sia aggravata nel corso della notte, ma è da ritenere che tale aggravamento in assenza di nuovi eventi documentati o ipotizzabili secondo il criterio del “più probabile che non” fosse evitabile a fronte di un tempestivo e adeguato trattamento nel senso più volte ricordato». Ci sono state quindi linee guida disattese, e un mancato coinvolgimento degli specialisti.

«La severità del quadro clinico avrebbe imposto di richiedere immediatamente, dopo aver acquisito le risultanze della tac, una consulenza rianimatoria, una consulenza cardiologica, una consulenza internistica, anche e proprio per la riferita assenza di posti letto in medicina, e una consulenza chirurgica» scrive il ctu del tribunale.

La sentenza

E in base a tale perizia , nella sua sentenza il giudice ha ritenuto «pertanto che, a prescindere da qualsiasi altra circostanza, il sanitario del pronto soccorso o i consulenti che avrebbe dovuto interpellare se questi fosse stato oberato di lavoro, avrebbero necessariamente dovuto monitorare il flusso urinario posizionando un catetere vescicale e registrando la quantità di urine emesse per regolare la velocità di infusione dei liquidi».
Le parole della figlia

Con le parole che si mescolano alle lacrime – il dolore è ancora forte – è la figlia Antonia a ricostruire quello che è accaduto. «La sera del 28 ottobre 2021 – ricorda – la mia mamma si sentì male. Aveva un fortissimo dolore alla pancia, vomitava e non resisteva più. Così ho chiamato l’ambulanza. Mia madre è salita da sola con le sue gambe e non è più tornata a casa».

Ottobre 2021, siamo in piena emergenza Covid, il mondo sembra impazzito. «Era il periodo del Covid – continua Antonia – i parenti non potevano entrare in ospedale liberamente, lascio così il mio recapito telefonico e aspetto. Alle dieci di sera chiamo il pronto soccorso e mi dicono che stanno svolgendo accertamenti. A mezzanotte il medico di turno mi telefona e mi comunica che la mamma è grave e che è in atto ha una pancreatite. Mi dice che hanno mandato via il tampone con urgenza e che stanno aspettando per trasferirla. La mattina, circa alle ore 9,45, chiamo il pronto soccorso, perché non avevo avuto altre notizie. Mi ripetono che stanno facendo accertamenti. Alle 10, 05 mi telefona il dottore per dirmi che la mia mamma è morta. Subito vado a Pescia, voglio vederla, lei era su una barella del pronto soccorso. Nei fogli della cartella clinica, dove c’è il report del personale medico, viene spiegato che il paziente non riposa e che viene immobilizzata alla barella. E poi la parola “decesso”. Il tribunale ha riconosciuto che su 13 ore di pronto soccorso ci sono state 10 ore di omissione di cure, praticamente da mezzanotte, quando mi ha chiamato il medico per dirmi che dovevano trasferirla in intensiva. Invece se la sono dimenticata sulla barella».

«Mi chiamò il dottore – ribadisce col cuore a pezzi La figlia Antonia – e mi disse che avevano mandato via il tampone con urgenza e che stavano aspettando per trasferirla. Invece la misero nella stanza visite del pronto soccorso e se la sono dimenticata, non la portarono in terapia intensiva per aspettare un tampone che poi era anche negativo. Non è che non accetto la morte, ma una morte così atroce è impossibile da accettare. Se l’avessero messa in terapia intensiva forse sarebbe morta lo stesso, ma con dignità e senza dolore. Non legata ad una barella».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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