Il Tirreno

Montecatini

Il racconto 

«Gestire un hotel Covid vuole dire anche aiutare»

Simona Peselli
«Gestire un hotel Covid vuole dire anche aiutare»

Valeria Innocenti ha intrecciato struggenti storie di amicizia con i suoi ospiti Alle giovani mamme con bambini Montecatini ha regalato vestiti e giocattoli

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Simona Peselli

MONTECATINI. Gestire un hotel Covid in piena pandemia, un’esperienza che difficilmente può lasciare impassibili. Valeria Innocenti, titolare dell’omonimo albergo a Montecatini racconta la sua storia incrociata con quella di decine di “clienti speciali”.

«Non lo sto vivendo in maniera asettica – dice l’albergatrice –. Ho sempre saputo tutto dei miei ospiti, anche il numero di cellulare, se erano vaccinati oppure no. Aspettiamo insieme il risultato dei tamponi e mi mandano messaggi per dirmi se stanno poco bene. Appena entrano nell’albergo sanitario, nel momento dell’ingresso consegno il mio numero di cellulare per offrire il mio benvenuto».

Come punto di riferimento, giorno e notte. «Siamo io e mio fratello Giovanni – aggiunge Valeria – con cui ci scambiamo il ruolo di controllori della struttura. In questi mesi abbiamo vissuto tante storie e situazioni particolari. È una esperienza che ci sta offrendo tanto, molto di più di quello che potevo pensare all’inizio».

Intere famiglie anche con problemi economici. «Non dimentico, perché mi sono affezionata a loro, una famiglia di pachistani, composta da moglie incinta di otto mesi, marito e due gemelline di dieci mesi che sono arrivati con un unico bagaglio: un sacchettino da supermercato. In questa bustina di plastica c’era tutta la loro vita. Mi sono subito resa conto che loro non possedevano niente. Anche se il signore, che aveva qualche soldo, mi chiedeva di comprare i pannoloni per le figlie».

E ancora una volta si è messo in moto il cuore grande della Valdinievole. «Abbiamo ricevuto abiti per le piccole e per i genitori. Quando la mamma è risultata negativa l’ho accompagnata a fare un controllo da una ostetrica – afferma l’albergatrice –. Poi si è negativizzato anche lui, hanno avuto in regalo anche un passeggino gemellare. Sono partiti attrezzati di tutto quello che potevamo donare loro. E da lontano ho voluto scattare una foto. Per ricordarmi quando erano arrivati e il momento in cui, guariti, ricominciavano una nuova vita».

Proprio negli stessi giorni c’era un bambino della Nigeria di due anni, con la sua mamma di diciotto anni. «Anche in quel caso siamo riusciti a donare abiti e giocattoli – spiega Valeria –. Ho un video in cui gli regalo la sciarpa e il cappellino di Spiderman e i calzini di Natale e lui che salta e grida “I love you”. Era troppo carino. Anche le bambine di Tunisi erano dolcissime e ogni volta che ricevevano qualcosa si affacciavano alle finestre mi cantavano canzoncine in inglese».

Ci sono stati ospiti che non sopportavano di stare chiusi. «Alle undici di sera o in piena notte mi mandavano messaggi per chiedere cosa facevo – racconta Innocenti – quindi al telefono parlavamo e loro raccontavano storie di vite, matrimoni e figli lontani. Una signora, che è una pittrice, per ringraziarmi perché le compravo colori e tele e pastelli mi ha fatto un quadro che rappresenta quella che, secondo lei, dovrei essere senza la mascherina. Immaginandomi mi ha raffigurato molto più bella e questa tela la custodisco gelosamente».

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